26.11.2019

Dopo le elezioni del 2019 - IV

Sebbene si parli di democrazia la questione è sostanzialmente (ma non solo) giovanile.

Se ne è argomentato assai a lungo in Storie di uomini e di fiumi (Mulino, 2016) un testo che resta di riferimento. In Cina - sia intesa come Dalu che come Hong Kong - è crescente da anni un disagio giovanile che non pare in alcun modo contentuto. Un disagio che ha radici profonde e che richiederebbe un'attenzione che la Cina e Pechino non hanno o non riescono ad avere. O, semplicemente, non possono avere.

C'è un evidente spostamento tra i giovani - soprattutto universitari - verso posizioni di insofferenza e intransigenza nei confronti di un sistema politico che impedisce non tanto di partecipare alla vita politica del paese, ma di godere delle forme più appariscenti della democrazia occidentale. Questa stato speciale della gioventù cinese che vede negate cose che in altre regioni del mondo sembrano innocue e naturali - a cominciare dalla libera navigazione in rete - si coniuga in tutto il paese con la forte pressione che questi giovani stanno subendo.
Già se ne è parlato: lavorano spesso dieci ore al giorno, in molti anche il week-end, non hanno un'assistenza sanitaria degna di questo nome, non hanno una pensione cui devono provvedere direttamente risparmiando. La maggior parte di loro deve in buona sostanza mantenere i genitori andati in pensione con salari ridicoli, alcuni di loro hanno anche i nonni a carico.
A fronte di uno sforzo di queste proporzioni non hanno asili nido, non hanno aiuti significativi sul traffico e gli spostamenti per andare a lavorare, hanno vissuto per anni in città che erano inquinate oltre l'immaginabile.
Bene: da Hong Kong a Pechino questo mondo giovanile vede risorse imponenti destinate altrove. A Hong Kong, in particolare, la continua emigrazione dalla Cina di lavoratori (alcune centinaia al giorno, spesso uomini d'affari) ha reso impossibile la situazione delle abitazioni e degli affitti. La ex-colonia britannica non soltanto ha perso una parte del suo status, ma ora non è più in grado di garantire lo stesso tenore di vita ai suoi giovani. Inquinamento, rumore, affitti altissimi, difficoltà di trovare lavoro: gli studenti nelle strade hanno parlato di polizia e di democrazia, ma è forte il dubbio che se avessero avuto case e luoghi dove vivere la loro dura vita probabilmente avrebbero dedicato ben poco interesse alle manifestazioni per una maggiore democrazia. Uno studente di Hong Kong è inserito in un clima competitivo la cui durezza non è nota a molti: invidia la leggerezza inconsistente di molti suoi colleghi europei (di cui non conosce il probabile futuro di disoccupazione), la facilità di vita in USA, sebbene sia perfettamente consapevole che tanta facilità nasconde un mondo con le sue difficoltà, in cui pochi desiderano abitare e pochissimi cinesi restare. Sicché oggi a Hong Kong di uno stato privilegiato, come quello dei tempi delle colonia, non resta più nulla.
L'impressione è che sia stato questo disagio a portare alle manifestazioni non altro. Tutto il resto è conseguenza della spirale ben nota (e assai noiosa, invero) manifestazione / repressione / manifestazione contro la repressione che è ricca di giornalistici dati ma, spesso e volentieri, non aggiunge nulla a quanto già noto e stranoto.


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