11.07.2019

Le manifestazioni di Hong Kong, la Cina e noi - V

Ma un'ultima considerazione merita di ritardare di un poco la chiusura di queste note. Poche cose spaventano chi conosce la Cina come il comparire di cartelli come ‘democrazia' che pure sembrerebbero venire incontro alla nostra sensibilità politica. Chi frequenta la Cina sa bene quanto complesso sia per un cinese comprendere il senso di questa parola: ‘democrazia'.

Le culture non sono uguali: chi conosce lo splendido discorso che Levi Strauss avrebbe dovuto leggere all'assemblea dell' ONU in occasione dell'anniversario dell'UNESCO, sa cosa intendo dire. Le culture hanno gli stessi diritti: ma non sono uguali, non lo saranno mai.

La cultura politica cinese - è eredità contadina? o il frutto di un secolare rapporto di scambio tra intellighenzia e potere? è l'eredità più profonda di una ricca storia di amministrazione e di governo locale? - non ha mai previsto una cultura di ‘maggioranza e di opposizione'. A ognuno è stato sempre chiesto - dai villaggi alle corti imperiali - di essere parte di un potere forte perché unito, non perché libero. Così è naturale chiedersi cosa comprenda di democrazia il cittadino di Hong Kong che sfila in piazza e che non ha mai avuto - né a Hong Kong né in Cina - nemmeno un'idea vaga di ciò che per noi è ‘democrazia'.

È sufficiente leggere i testi di scuola o parlare con gli studenti cinesi che vengono da noi per rendersi conto della complessità del problema. Roma per loro fu ‘potenza militare': molti nemmeno sanno cosa fu il Senato o la Repubblica Romana. Ascoltano esterrefatti e sbalorditi, la storia dei Comuni. Non riescono a capire come sia stato possibile che un'intera città si tassasse per anni per costruire un Duomo. Non c'è senso di sorpresa più attonito di quello di uno studente cinese che scopre che nell' XI secolo migliaia di uomini si unirono per sfuggire alle prepotenze feudali e costruirono liberi comuni. E lavorarono - tutti - si tassarono - tutti - per costruire a Milano come a Firenze il ‘loro' duomo, il ‘loro' battistero.  

Si dirà: se non hanno appreso finora è anche colpa nostra. Ed è comunque un loro diritto procedere in questa direzione.

Giuste e doverose osservazioni. Ma la storia di una nazione non la si cambia in cinquanta anni. Il sogno di una Cina moderna e democratica è stato abbracciato da tutti i grandi rivoluzionari cinesi ed è oggi, indubbiamente, più vicino. E tuttavia chi scrive teme che sia molto più vicino qualcosa di grave e ingestibile, che segni la fine della Repubblica Popolare senza dare inizio a nulla di stabile e di concreto. È probabile che a Washington qualche politico accarezzi questo sogno e lo incoraggi.

Un europeo dovrebbe forse chiedersi che ne sarebbe dei quasi 300 milioni di cinesi che vivono ancora in uno stato che noi definiamo ‘indigenza' (i parametri che il Governo cinese dà dell'indigenza sono assai più bassi dei nostri). Che ne sarebbe di questo fiume umano il giorno che si spengesse la speranza di un progresso oggi avvertito come vicino. Ce li troveremmo alle porte di casa. Una catastrofe demografica, ma non senza precedenti.

È bene rammentarlo quando si osservano le vicende cinesi e si pensa, con leggerezza ideale ma non per questo meno irresponsabile, di estendere alla Cina un sistema di governo che non conoscono e la cui costruzione sarebbe un travaglio lungo e doloroso. Per tutti.

5/ (fine)