17.12.2018

Sun Yatsen, Pechino e Taipei - IV

A integrazione dell'articolo comparso su Limes 11 / 2018

Il primo principio - Minzuzhuyi (民族主义) , viene dallo stesso Sun Yatsen tradotto come nazionalismo. Tuttavia questa traduzione spiega ben poco. In Sun minzuzhuyi / nazionalismo è soprattutto la necessità storica di liberare il paese dalle potenze straniere. Minzuzhuyi significa in primo luogo scacciare la dinastia mancese dei Qing che ha governato il paese dal 1644 al 1912. Significa scacciare le potenze occidentali che stanno saccheggiando la Cina e ne stanno limitando la libertà d'azione. Significa aiutare il Giappone a scegliere una strada di dialogo con l'Oriente diversa da quella proposta dai militari.

In questa battaglia per liberare il paese dagli stranieri, Sun Yatsen usa la parola Han in contrapposizione a Straniero e le riconosce anche una valenza etnica. Tuttavia - per sorprendente che possa sembrare - Sun Yatsen ripeterà un numero infinito di volte che quando lui parla di Han e di razza cinese intende richiamare unicamente ciò che ha unito nei secoli i diversi popoli: i  Li. Dunque il termine Han non indica una ‘razza' in opposizione o differenziazione dalle altre, ma i popoli dell'Impero che hanno condiviso l'esperienza storica dei Li / Riti.

Quando gli mostreranno la bandiera a cinque strisce orizzontali scelta per la Repubblica - ove ogni colore starebbe a rappresentare un popolo diverso (han=rosso, mancesi=giallo, tibetani=bianco, mongoli=blu, musulmani=nero) Sun andrà su tutte le furie e si rifiuterà di utilizzarla. Perché il nuovo cinese che sta nascendo, a cui si sta risvegliando la popolazione cinese, non è un'unità di razze (oltre a tutto Sun è un dottore e sa perfettamente quanto sia errata questa parola) ma di cittadini che hanno condiviso l'esperienza millenaria dei li e ora si risvegliano a una nuova consapevolezza.

In questo senso non soltanto Sun Yatsen definisce che chiunque proviene dall'esperienza storica millenaria caratterizzata dall'Impero è han, ma definisce come globalmente irrilevante qualunque altra differenza. Che un cittadino dell'impero abbia la pelle scura e parli tibetano, o che abbia la pelle chiara e parli uiguro, o che possa sembrare giallo e parli una delle molte lingue cinesi non conta, non interessa. Tutto questo fa parte dei costumi locali (fengsu). Se è per questo non esistono nemmeno grandi regioni così omogenee. Certo c'è il Tibet: ma l'autorità di Lhasa ha dovuto lottare molto per imporsi sulle province tibetane del Kham e dell'Amdo che hanno un diverso stile di vita, una diversa lingua, tradizioni locali completamente diverse da quelle della valle di Lhasa. Ma anche all'interno di queste vaste province cinesi - a sua volta - non c'è alcuna unità linguistica, le tradizioni sono diverse.

C'è un proverbio cinese che riassume tutto questo: ‘Ogni cinque li non si è più nella stessa contea, ogni otto li non si parla più la stessa lingua' (五里不同乡八里不同语).

Sun Yatsen ha chiarissimo che sul piano delle usanze locali e delle tradizioni anche linguistiche non soltanto non esiste la Cina, ma non esiste il Tibet, non esiste il Turkestan, non esiste un solo paese al mondo che possa definirsi complessivamente omogeneo. Ed è per questa ragione che trova errato inseguire definizioni etniche e razziali intellettualmente insostenibili e che dal punto di vista scientifico 'sono delle vere e proprie sciocchezze' (Claude Levi-Strauss). Esse hanno un solo risultato: spalancano la porta alle mille forme dell'ingerenza coloniale e imperialista.

E così sia i leader del Partito Nazionalista (GMD) rifugiatosi a Taiwan nel 1949, sia i leader del Partito Comunista Cinese fanno propria questa definizione Han offerta da Sun Yatsen e rinforzata da Mao e da Chiang. E per quanto possano essere divisi, non accetteranno mai di rimettere in discussione questa tesi di Sun che ha pilotato il risveglio degli Han (ovvero dei cittadini dell'Impero secolare).

Quando - a più ondate e a più riprese - il nuovo Partito Democratico e Progressista di Taiwan (DPP) sollecita la propria natura taiwanese compie un'operazione politica di disturbo rispetto a Pechino e di differenziazione rispetto al GMD. Ma per quanto si sia dato da fare è arduo che riesca a dimostrare che questa sua affermazione di taiwanicità corrisponda al pensiero di Sun, anzi. Proclamarsi taiwanesi (a parte macroscopiche assurdità storico politiche che qui non c'è tempo di trattare) è come proclamarsi alverniati. La risposta sarà sempre la stessa: che un cittadino sia dell'Auvegne (alverniate) o della Picardie o della Charente non conta nulla; è il fatto di essere cittadino dello Stato Francese che dà diritti e doveri.  Obblighi e libertà dei cittadini non dipendono dalle tradizioni del luogo, ma all'essere cittadini della Repubblica.

Da questo punto di vista il pensiero di Sun Yatsen pare in piena sintonia con quello dei repubblicani francesi o dei mazziniani italiani. Diritti e doveri sono legati all'essere cittadino (all'essere han in Cina nel senso che si è detto) non all'avere particolari tradizioni linguistiche o locali (fengsu). Se io mi appello ai fengsu per non obbedire allo Stato io non rivendico legittimi diritti, ma mi chiamo fuori dallo Stato Repubblicano e per questo sono consapevole di dare inizio a un conflitto. In altre parole, la mia azione è una vera e propria provocazione politica. È in quanto cittadino - ad esempio - che la mia identità linguistica (tibetana, mongola) deve essere rispettata, non in quanto mongolo o tibetano. La differenza sembra sottile: in realtà è immensa.