01.06.2018

La sfida cinese al mondo (e noi)

Nei dibattiti e nei (rari) commenti che giungono a questo sito tiene banco la preoccupazione per la crescente egemonia culturale cinese nel mondo. La crescita del soft power cinese vista come nuova sfida al mondo. In questo testo: perché non è nuova e perché non è una sfida al mondo.


La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come «dominio» e come «direzione intellettuale e morale». Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende ­a ­­­«liquidare» o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche «dirigente».

Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, 19 §24
da edizione Einaudi, 1975


Dirigere non è governare, ma è parte essenziale dell'arte del governare bene. Perché un gruppo o una forza politica - dice Gramsci - riesca a svolgere un ruolo dirigente nella società occorre che il sistema di valori che propone come modello alla nazione e che ispira le sue scelte strategiche sia in sintonia o condiviso dalla maggior parte dei protagonisti della società. In questo modo la sua egemonia culturale costruisce il consenso senza bisogno di costrizioni. Governare diventa più semplice perché l'azione di chi governa riflette e dà voce ai valori in cui la società si riconosce. È significativo notare come questo concetto gramsciano, così importante e fondante,  sia stato riproposto nuovamente negli anni 2000 da Joseph Nye della Harvard University, l'inventore dell'espressione - popolarissima ma non per questo meno orrenda - soft power. Con soft power si intenderebbe la capacità di uno stato o di una forza politica di creare consenso intorno a sé, ovvero: " This soft power - getting others to want the outcomes that you want - co-opts people rather than coerces them" (Nye, 2004).

Il tema del crescente successo dell'egemonia culturale cinese è ricorrente nel dibattito di questi anni. Talora viene presentato come una componente nuova e aggressiva dell'atteggiamento cinese nei confronti del mondo: la Cina, dopo avere marcato successo strabilianti in campo economico e scientifico, si accingerebbe ora a conquistare l'egemonia culturale nel mondo attraverso un potenziamento del soft power.

Il concetto che per governare il mondo, una nazione, un partito, un gruppo sociale non sia sufficiente la forza è talmente antico che farne la storia è impossibile. La storia della Grecia antica, dell'Egitto dei faraoni, di Roma… è ricca di esempi molto noti e molto studiati. Ad esempio: il ruolo centrale avuto in questo senso dalla Storia, intesa come disciplina. Dalla Cina di Han Wudi alla Roma di Augusto, la nascita di un forte potere ha sempre portato alla riscrittura della storia delle epoche pregresse. Talora alla distruzione o sostanziale cancellazione dei libri che potevano andare contro il modello che si intendeva proporre alla società e ai posteri. L'arte si è affiancata alla storia e ha saputo farsene meravigliosa cassa di risonanza: il Partenone in Atene è forse uno degli esempi più illustri. La lotta degli dei contro i giganti, la nascita di Atena dalla mente stessa di Zeus come modello di riferimento per comprendere il giusto valore della vittoria degli Ateniesi contro i Persiani, della civiltà contro la barbarie, della ragione e dell'intelligenza contro la forza bruta delle masse.

La Cina non ha scoperto oggi l'importanza del dirigere sapendo costruire la propria egemonia culturale. Anzi. Nell'arte della politica e del governo i cinesi hanno una sterminata letteratura su quale sia il valore e l'importanza di un modello di riferimento morale in cui tutti i sudditi possono riconoscersi. Gli esempi sono infiniti: ricordarne alcuni può forse aiutare a comprendere meglio quanto sedimentato sia nella cultura cinese questo concetto.

Nel XVIII secolo - sotto il governo dell'imperatore Qianlong - la pubblica amministrazione cinese, già padrona delle esportazioni nel mondo - dedicò molta attenzione all'amministrazione delle terre e alla cura dei canali che dovevano proteggerle dalle alluvioni annuali. I rapporti amministrativi e economici inviati a corte sono stati studiati e offrono una lettura esemplare. Da una parte c'è un'analisi puntuta e precisa della resa delle terre e dello stato dei canali e del loro mantenimento, dall'altra questa analisi economica viene inserita in un contesto letterario e morale (su cui gli economisti di oggi tendono a piantarsi).  Non era - l'amministrazione cinese - legata a astratti valori morali: piuttosto aveva la piena consapevolezza che non era parlando di 'denaro' che si governa, ma spiegando che l'azione del governo era ispirata al benessere del popolo. Così un'incuria delle dighe non era solamente un danno economico, ma soprattutto una colpa morale e per questo andava punita. Non c'è nell'amministratore cinese alcuna convinzione di una presunta superiore importanza della morale rispetto all'economia. Quanto la chiara percezione che ponendo come modello il benessere del popolo e contrapponendolo all'egoismo degli agrari o del funzionario si dava un messaggio 'dirigente' alla società tutta. Si indicava un valore in cui tutti potevano riconoscersi, farlo proprio, e quindi allinearsi con l'azione del governo. 

Circa cento anni fa le potenze occidentali sollecitarono Sun Yatsen a sostenere lo sforzo bellico di Francia, Inghilterra e alleati nella Prima guerra mondiale. Nonostante la promessa di un futuro guadagno per la Cina, Sun rifiutò spiegando che per convincere i cinesi a un sostegno di questo genere avrebbe dovuto fare appello alla parte peggiore della cultura morale cinese. Non era l'immoralità del gesto a preoccuparlo, ma la consapevolezza che per costruire una Nuova Cina ci fosse bisogno di un risorgimento morale del paese. Questo non poteva avvenire sposando una guerra feroce, capitalistica e tutta occidentale. Chi si fosse reso attore di una simile proposta avrebbe perduto la faccia davanti alla nazione e non sarebbe più riuscito a coinvolgerla in null'altro.

Il governo cinese di oggi non è diverso da quelli che lo hanno preceduto. Ha piena percezione che per governare occorre in primo luogo dirigere: che se si perde la capacità di direzione è inevitabile, col tempo, perdere anche quella di governare. Si può vedere questo sforzo, se proprio si vuole, come lo 'slogan per tenere insieme una nazione', come la 'fuga in avanti ora che il socialismo è finito'. Ma così facendo ci si nasconde il sole con un dito.
Xi Jinping e la dirigenza del partito non parlano (solo) di crescita del fatturato, delle esportazioni, delle tasse, del benessere. Il denaro e i conti dello Stato non dirigono nessuno: non sono un valore per nessuno, forse nemmeno per gli economisti. Parlano di abolizione della povertà nel giro di venti anni, di una Cina chiamata a pensare un mondo diverso e nuovo dal punto di vista tecnologico; di un dialogo con le nazioni dell'Asia e dell'Europa nella costruzione di un nuovo percorso di benessere e di crescita: la nuova Via della seta. Sono valori che tutti intendono e sono in grado di capire. Sono valori e obbiettivi che uniscono. Sono punti di arrivo verso cui tendere applicandosi senza lesinare gli sforzi. Sono valori in cui possono riconoscersi giovani e anziani, nostalgici di Mao e aspiranti imitatori della democrazia americana. E non sono nemmeno una sfida al mondo di cui preoccuparsi. Ma lo sforzo - sul piano politico - di dirigere una società mantenendola coesa, compatta, pur nelle mille diversità.

Se sembrano una sfida all'Occidente, se parte dell'Occidente vede tutto questo come sfida è forse perché - dall'altra parte - c'è il silenzio più assordante. L'Occidente sembra incapace di offrire modelli che servano a tenere unite le popolazioni: anni di discussione solo e unicamente sui bilanci, l'economia, i conti che tornano o che non tornano, hanno generato un clima rissoso, inacidito, tutti contro tutti. Non essendoci e non parlandosi più di obbiettivi comuni tutta Europa si è ripiegata nella difesa dei propri cortili: e ovviamente, non appena si degrada una nazione a riunione di condominio, non esiste cortile giusto per i miei diritti. La nazione si divide in regioni, queste in province, le province in comuni, i comuni in strade, le strade in abitazioni … eccetera.

Non c'è - non su questo livello - alcuna sfida cinese. Ma fino a che il nostro mondo rimane in mano a politici / commercialisti e non si recupera la capacità di costruire un'egemonia culturale e dirigere una società, è inevitabile che ogni cinese, ogni proposta cinese, sembri una sfida che mette in pericolo il nostro mondo.

Quello che sta succedendo in questi giorni sul tema dei migranti non è né giusto né sbagliato. Forse - se Sun Yatsen potesse vedere e commentare - direbbe che è impossibile costruire qualcosa di buono su un sentimento così profondamente immorale. L'egoismo che si afferma come forza dominante è legittimo, forse giusto, certamente comprensibile. Ma - semplicemente - non conduce da nessuna parte. E se conduce da qualche parte si può essere certi sia la parte sbagliata e peggiore del nostro paese e della nostra storia.