18.11.2017

Storie di tè, padiglioni e presidenti americani

Nel corso della visita di Donald Trump in Cina al presidente americano è stato offerto un tè all'interno della Città Proibita. Il tè ha preceduto un pranzo sempre nella stessa area monumentale, sebbene in un diverso padiglione.

L'evento getta una luce significativa sui comportamenti e la cultura della diplomazia cinese e evidenzia quale squadra di letterati sia al lavoro per dare alle mosse del governo cinese il giusto respiro storico. 

Naturalmente la diplomazia è anche l'arte delle allusioni indirette e delle citazioni strumentali: non solo in Cina i luoghi vengono utilizzati per mandare messaggi in codice alla propria controparte. Tuttavia in questo caso l'uso che è stato fatto della storia e dei processi storici sfiora una raffinatezza che merita di essere sottolineata. Non meno importante è il fatto che questa letteraria e storica gestione degli spazi in cui ospitare Trump sia sta compresa perfettamente dagli osservatori cinesi di Hong Kong. In questo senso l'articolo del South China Morning Post (The meaning behind Donald Trump's cup of tea in a Forbidden City treasure hall, di Laura Zhou, 9 novembre 2017) è un piccolo cammeo che merita di essere elogiato. Ma… andiamo in ordine.

La coppia presidenziale americana è stata ospitata per il tè nel padiglione Bao Yun Lou (宝云楼). Era la prima volta, è stato notato, che dal 1949 un capo di stato straniero veniva invitato a consumare un tè e una cena nella Città Proibita, e già questo fatto denota qualcosa di nuovo e di importante nei confronti di Donald Trump. Il padiglione, a sua volta, è così denso di significati da convertirsi in una vero e proprio appello - colto e ragionevole - ai politici americani. Vediamo perché.

Alla fine del XIX secolo e nei primissimi mesi del XX la Cina venne sconvolta dalla grande ribellione che in Occidente viene chiamata dei Boxer. Decine di missionari occidentali vennero uccisi dalle folle in questa grande rivolta xenofoba. Ma, ancor più, molte migliaia di cinesi pagarono con la vita il desiderio di incontrarsi con l'Occidente. 

In Occidente la rivolta è stata spesso presentata come una rivolta anti occidentale conclusasi con l'assedio delle cosiddette Legazioni, ovvero le ambasciate occidentali a Pechino. Oggi sappiamo che in realtà furono soprattutto i conversi cinesi e tutti coloro che avevano collaborato con gli occidentali a essere le principali vittime. Occupata Pechino, spenta la rivolta con un orrendo massacro da parte delle nazioni occidentali, rassicurate signore del bel mondo e diplomatici energici e impettiti amarono farsi fotografare davanti a piramidi di teste tagliate dei rivoltosi. Monito per chi altri avesse voluto ribellarsi, e esotico documento da mandare in patria per testimoniare il fondamentale - in certi casi - c'ero anch'io

Nell'ambito della risoluzione delle controversie legate a chi avrebbe pagato i danni della rivolta, il governo cinese della dinastia Qing venne considerato responsabile e costretto a pagare ingenti somme che ne compromisero la già debolissima stabilità finanziaria. Se ne passeggi, il lettore, per le vie di Parigi e di Londra: segni, cartina alla mano, quanti edifici pubblici e privati furono innalzati nella capitale francese e in quella inglese con il denaro cinese. Ne rimarrà impressionato.

Bene: il governo americano - allora alla presidenza c'era il contradditorio ma anche idealista Theodore Roosevelt - rifiutò quel denaro. Sposando la propria, splendida eredità, di prima nazione al mondo ad avere raggiunto la libertà dalle potenze coloniali con una lotta di popolo, gli americani rifiutarono di riconoscersi nella politica delle potenze coloniali in Cina dopo la rivolta dei Boxer. Il denaro venne restituito ai cinesi e con questo denaro, alcuni anni dopo, il dittatore cinese Yuan Shikai (1913) fece costruire all'interno della Città Proibita un padiglione in stile occidentale in cui ospitare tesori della famiglia imperiale Qing prima ospitati a Shenyang (Liaoning). Con un atto di sensibilità architettonica e politica, poiché il denaro con cui il padiglione venne costruito era quello restituito dagli americani, il padiglione venne costruito in stile occidentale.

Fu una delle pagine più belle della cooperazione tra la Cina che cercava sé stessa e l'America che aveva già assunto comportamenti imperiali ma la cui identità era saldamente legata al ricordo della propria origine di colonia sfruttata e privata di diritti. E, d'altronde, tutta la presenza americana in Cina in quegli anni fu ispirata a questa democratica scelta: politici e giornalisti americani presenti in Cina fecero tutto quello che era possibile per separare sé stessi dalle altre potenze occidentali. Queste giudicavano la Cina finita e la cultura cinese agonizzante; gli americani vedevano nella Cina il loro mandato. 

Dio - pensavano - aveva concesso loro il sogno impossibile di rinascere in una nuova terra, senza gli orrori dell'Europa. Dio aveva concesso loro la possibilità di ripartire da zero con l'obbiettivo di costruire una società democratica e timorosa di Dio. Questo immenso regalo ricevuto da Dio l'America doveva ricambiarlo. E la Cina, la grande e povera sorella aggredita dalle tigri feroci del colonialismo, doveva essere aiutata a rinascere, a trovare sé stessa, a costruire sulle proprie forze una lotta di liberazione nazionale che la portasse all'indipendenza e alla libertà.

I soldi non accettati furono una testimonianza eclatante, ma non l'unica, di questo commitment. E, giustamente, il governo cinese di allora ne tenne conto e trovò giusto che nella Città Proibita venisse ricordato il contributo di una nazione che aveva deciso di aiutare, non di sfruttare, la Cina. Da qui la scelta di costruire il padiglione in stile occidentale.

Il messaggio di Xi Jinping a Trump è evidente, fine, colto. Elogia il dialogo e la generosità americana dimostrando che la Cina può essere capace di ricordare a lungo un gesto come questo, dall'alto valore simbolico. Diverte e fa piacere vedere quale saggio uso fanno i cinesi della storia e con quale maestria la usano anche per fini diplomatici. È la stessa magia che chi scrive ha cercato di mostrare al lettore italiano nel suo Storie di uomini e di fiumi (Mulino, 2016). 

Naturalmente la Cina non è solo questo, ma trattare coi cinesi senza sapere questo è - in buona sostanza - impossibile. L'avrà colto Trump? Gli sarà stato spiegato? L'ha colto il South China Morning Post. E non possiamo che ringraziare.