13.11.2017

Trump, la Cina e la Corea - I

Sul problema coreano. Il giorno 31 agosto, più o meno due mesi prima della visita di Trump a Pechino, il Quotidiano del Popolo ha pubblicato un testo che riflette, come meglio non potrebbe, il modo cinese di discutere e di porre i problemi (多国喊话:别在朝鲜半岛燃战火). 

Articoli di questo genere vennero scritti, quasi identici, in occasione della guerra di Libia. Lungi dal proclamare la posizione cinese sull'argomento il quotidiano muove dalla considerazione che quanto sta avvenendo in Asia tra USA e Nord Corea ha suscitato l'allarme di tutto il mondo. Nella risoluzione di questa angoscia collettiva, illustra il giornalista nella premessa, e nel perseguimento della pace cui tutto ambiscono, nessuna nazione potrà considerarsi semplice spettatrice (对于半岛安全的担忧以及期待和平的共同心声,让越来越多国家不再只是旁观者。).

Si eviterà qui di valutare le parole del Quotidiano del Popolo, ovvero di mettere in luce cosa può esserci di strumentale e cosa di vero. È il metodo dell'analisi che interessa. Dunque la questione non è né cinese né coreana né americana, ma riguarda tutti. Poiché tutto il mondo è coinvolto è bene sentire cosa ne pensa il mondo di quanto sta accadendo.



L'articolo mette quindi immediatamente in relazione Il lancio dei missili coreani con le esercitazioni militari che USA e Corea del sud stanno svolgendo al largo delle coste coreane. Richiama in tal senso una dichiarazione del ministro degli esteri russo del 29 agosto. A un altro diplomatico russo, che vanta una conoscenza dell'Occidente non comune (Sergei Ryabukov) viene attribuita la dichiarazione per cui nessuna sanzione riuscirà mai a risolvere il problema coreano. Dong Xiangrong (董向荣) membro di un importante centro di ricerche sull'Asia dell'Accademia delle Scienze (中国社科院亚太与全球战略研究院研究员) a sua volta dichiara al giornalista del Quotidiano del Popolo che da molti anni le cose - ormai- procedono in questo modo: è proprio nei mesi di aprile e di agosto, quando americani e coreani svolgono congiunte esercitazioni militari, che la Corea del Nord produce il suo massimo sforzo nell'intento di dimostrare la sua capacità di difesa militare.

Mano  a mano che la contesa tra le due parti si inasprisce, continua il Quotidiano del popolo, molte voci si sono alzate in tutto il mondo per invocare una soluzione pacifica. Si cita quindi l'appello alle ‘persone di buona volontà' di entrambi gli schieramenti lanciato all'inizio d'agosto dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov; quello di Angela Merkel che ha escluso che la forza possa essere una soluzione della vicenda; quello del Segretario di stato Tillerson che ha assicurato che nonostante le provocazioni della Corea del Nord gli USA continueranno a trattare per una soluzione pacifica. Infine ancora una dichiarazione della Merkel da cui si deduce che se mai gli USA dovessero prendere in considerazione l'uso della forza non potrebbero in alcun modo contare sull'immediato sostegno della Germania. ‘Le vie della diplomazia - ricorda la Mekel nella corrispondenza del giornale cinese - sono ben lontane dall'essersi esaurite'. Ed ancora, ritornando agli USA, si cita la dichiarazione Tengford, secondo cui la de-nuclearizzazione delle penisola coreana è l'obbiettivo che hanno in comune Cina e USA.

Infine vengono citate nuove dichiarazioni del già ricordato Dong Xiangrong secondo cui la situazione deve intendersi ancora molto aperta per via
a) degli evidenti insuccessi coreani sul piano missilistico,
b) del forte deterrente costituito dalle esercitazioni militari coreano- americane,
c) di una nuova propensione a trattare da parte della Corea del Sud dopo il cambio di governo che, contestualmente, avrebbe reso meno chiaro lo stesso rapporto tra USA e Coreda del Sud.

Ovviamente non poteva mancare, a conclusione di questa carrellata di opinioni, l'uso della ben nota dichiarazione rilasciata da diversi esponenti vicini al Pentagono secondo cui  l'opzione militare non è in alcun modo percorribile. Viene quindi citata una corrispondenza del giornale Der Spiegel che, rispetto ai punti già esposti, ne aggiunge uno non proprio secondario. Il governo giapponese di Abe starebbe - a detta del giornale tedesco - sfruttando la tensione sul nucleare coreano per risolvere una crescente disaffezione verso il suo governo da parte dell'opinione pubblica del paese.

Infine si chiude con una valutazione di Li Qunying (任李群) direttore di un'importante università cinese di studi internazionali (中国政法大学国际政治) che ricorda come un eventuale peggioramento della situazione in Corea avrebbe ripercussioni drammatiche su tutti i paesi vicini. Cosa questa che non vuole nessuno ma tanto meno l'Europa che sta affrontando problemi gravissimi quali la migrazione di massa, il terrorismo, la Brexit, la crisi del debito, ecc. Tutti problemi che hanno bisogno di pace per essere risolti. Seguono le ben note dichiarazioni di Merkel e Macron sulla necessità di una soluzione diplomatica alla crisi.

Si tratta di uscire - afferma Li Qunying - da questo circolo vizioso ‘esercitazioni / missili / esercitazioni / missili'. È vero, le due parti praticamente non si parlano più ma è evidente al mondo intero che sia le sanzioni che la sfida nucleare non fanno che peggiorare le cose ogni giorno di più , specialmente per la Corea del Nord.

L'articolo chiude ricordando una dichiarazione congiunta russo-cinese sulla necessità di una doppio binario: una doppia moratoria che abbandonando le minacce e le ritorsioni porti fuori la Corea dallo spettro delle sanzioni e l'umanità intera da quello di un peggioramento militare della situazione. Ed è questa - conclude Li Qunying - la posizione del governo cinese: riprendere a trattare, abbandonando l'escalation delle minacce e delle ritorsioni.

***

Due considerazioni parrebbero più importanti. La prima è di metodo, la seconda di sostanza.

Trasportando sul piano della discussione internazionale una nota prassi che in Cina - e nella politica del Partito comunista cinese - ebbe il suo più abile esponente in Mao, l'articolo non parte dalla definizione di ciò che il governo cinese reputa giusto, né da una sintesi di quanto avvenuto nelle ultime settimane. Il giornale si colloca in un punto di osservazione esterno come se la cosa non coinvolga la Cina e non sia nemmeno di sua competenza. Una volta definita la sua estraneità, l'articolo accenna brevemente alle due posizioni contrastanti tra USA e Corea del Nord (Mao avrebbe certamente parlato di due linee). Ciò fatto inizia un lungo elenco di opinioni, persone e paesi che - da una posizione centrale di equidistanza - sollecitano una soluzione pacifica e un ritorno al 'parlarsi'.

Il centro risulta così affollato, coinvolge così tante persone - dal nuovo governo della Corea del Sud, a buona parte dei dirigenti americani, a tutti quelli europei Russia inclusa - che quasi naturalmente la Cina si colloca in questo consesso. Ovvero non è il parere della Cina che ha aggregato le posizioni politiche e le persone, ma è una tendenza inarrestabile del momento cui non ha senso resistere. Così la sollecitazione cinese a trattare non è una posizione da contrapporre a quella USA o a quella Nordcoreana, ma è il giusto centro, il giusto mezzo. Il luogo di incontro inarrestabile delle cose sicché non resta che riconoscerne la fatale centralità.
È archeologia pura. È questo che i cinesi intendono per Governo, Stato (中ovvero centro, 国stato): non c'entra nulla 'il centro del mondo' o altre bizzarre fantasie sulla Cina che porrebbe se stessa al centro del mondo. Non è la Cina al centro del mondo è collocarsi al centro che consente giuste soluzioni, dunque buon governo.

Sul piano del merito non una parola viene spesa sulle sanzioni decise dall'ONU e in qualche modo avvallate dalla Cina negli ultimi tempi. La parola sanzioni viene spesa una sola volta, per dire che non servono a niente e anzi rendono ancora più drammatica la situazione. Chi si è chiesto cosa avrebbe detto Xi Jinping a Trump a proposito delle richieste americane di dare maggiore forza e sostegno alle sanzioni economiche ha buoni motivi per credere che la Cina non ne abbia nemmeno parlato.

Tappeti rossi, tè, sorrisi e cortesie. Ma - così parrebbe - nessuna concessione sul piano delle sanzioni.

Naturalmente noi non sappiamo se sia andata così per davvero. Magari Trump, con le improvvisazioni che lo hanno reso famoso, è riuscito a mettere in difficoltà Xi Jinping: tutto può essere. Tuttavia questo parrebbe proprio sicuro: Trump e la delegazione americana erano stati già avvertiti, ben prima che l'incontro iniziasse, che di sanzioni, la Cina, non ne voleva nemmeno parlare. E che le giudica decisamente inutili se non controproducenti.