12.11.2017

Trump, MacArthur e Alessandro a Gaugamela

Il complesso quadro delle relazioni tra USA  Cina e Russia a proposito della Corea del Nord richiede ben altro specialismo che non quello che può essere messo in campo da chi scrive. Nei giorni della visita di Trump in Cina piuttosto che prestarsi alla palestra un po' così delle dichiarazioni congiunte o delle veline offerta alla stampa, si è preferito andare a cercare all'interno della stampa interna cinese quali sono stati i segnali mandati dal partito e dal governo cinese prima dell'incontro e in quale direzione vanno.

Chi ci legge abbia pazienza: occorre spiegare il perché di questa scelta.

Lo storico riesce a fatica a dimenticare che durante la guerra di Corea la stampa cinese pubblicò numerosi interventi di Zhu De e di Peng Dehuai, due altissimi comandanti dell'Esercito Popolare di Liberazione, sul rischio che il governo americano si stava assumendo intervenendo nella penisola coreana direttamente o - come fu - con il mandato nominale delle Nazioni Unite.  MacArthur sostenne che se li avesse conosciuti forse avrebbe adottato decisioni strategiche diverse. E magari riuscì a convincere qualcuno dei suoi collaboratori della sua buona fede… ma, procediamo con ordine.

Erano i giorni in cui sembrava che il contingente USA, assediato nella base di Pusan, dovesse soccombere da un momento all'altro.  Per chi non conosce la geografia della Corea la situazione degli americani in quei giorni era dal punto di vista militare simile a quella di un esercito che - nella penisola italiana - sia stato scacciato da tutta l'Italia centrale e resista malamente, asserragliato nelle province di Bari e di Brindisi. La mossa studiata da Douglas MacArthur fu ardita e geniale, in linea con il carattere del personaggio dunque. Allo storico piace ricordare che già una volta la fortuna aveva sorriso a un uomo che - di fronte a soverchiante forze nemiche - aveva provato la stessa mossa: si trattava di Alessandro il Macedone nella splendida - dal punto di vista di tattica militare - battaglia di Gaugamela (331 a.c.).

Di fronte a un imponente schieramento persiano quasi dieci volte più numeroso di quello macedone, Alessandro ordinò a Parmenione e alla sue falangi di presidiare il centro e resistere a ogni costo all'offensiva di quasi 200.000 uomini. Lui, con la cavalleria, si allontanò dal campo di battaglia e mentre le due ali della cavalleria persiana stringevano in un mortale morsa la falange macedone, Alessandro con una manovra rapidissima e avvolgente puntò direttamente alla postazione di Dario III, ormai indifesa perché i suoi uomini erano impegnati nell'assedio la fanteria macedone. In una violentissima carica - che ad avviso di molti è stata immortalata magistralmente dal mosaico del Museo archeologico di Napoli che per altro porta come denominazione La battaglia di Isso (ipotesi non convincente, per me potrebbe essere proprio Gaugamela) - Alessandro riuscì a giungere il cuore dell'esercito nemico. Intravide oltre la schiera delle guardie del corpo la figura di Dario e riuscì a lanciare contro di lui una lancia che lo sfiorò.

La battaglia di Isso (ma io credo sia di Gaugamela). Museo Archeologico di Napoli, mosaico proveniente da Pompei. L'artista ha reso meravigliosamente la sorpresa e lo sgomento (si osservi il volto) di Dario - sul carro, a destra - di fronte all'impossibile e violentissima carica di  Alessandro.

Non era mai successo che un imperatore persiano corresse rischio così mortale. Dario ordinò la ritirata. Come sanno bene i militari la ritirate sono raramente ordinate. Da ripiegamento si trasformò in rotta. Quando i soldati persiani videro il Re dei re ritirarsi, mollarono l'assedio alle falangi di Parmenione; la rotta divenne fuga; la falange da una parte e la cavalleria di Alessandro dall'altra inseguirono i fuggitivi. Si giunse alla catastrofe, un massacro epocale. L'esercito persiano lasciò sul campo decine di migliaia di morti. L'impero persiano era ormai senza difese. Dario dovette fuggire. Alessandro aveva sconfitto un esercito di oltre 200.000 uomini con soli 40.000 soldati (più o meno).

Beh, MacArthur provò lo stessa mossa con pari audacia e genialità. Ordinò ai difensori di Pusan (la città che abbiamo paragonato a Bari / Lecce) di resistere a tutti i costi, fino all'ultimo uomo. Contemporaneamente progettò una vasta manovra aggirante per giungere alle spalle del nemico. Sbarcò i suoi uomini a Incheon, alla porte di Seoul ( nella nostra metafora italiana sarebbe come dire che sbarcò a Civitavecchia). La manovra riuscì: l'esercito nordcoreano si spaccò in due e perse tutti i rifornimenti. Dall'enclave di Pusan venne lanciata la controffensiva. Senza cibo e senza munizioni nel giro di poche settimane l'esercito nord-coreano si sfasciò. Le sacche vennero ridotte al silenzio (eliminazione fisica, fu una guerra quasi senza prigionieri) e MacArthur entrò da trionfatore in Seoul, pochi chilometri di distanza dalla capitale nord coreana Pyongyang.

Fu a questo punto che sulla stampa cinese cominciarono a comparire articoli di Peng Dehuai e di Zhu De sulla guerra di Corea. Nel momento in cui MacArthur valutava se fermarsi (come voleva Truman) o portare l'attacco fino alla frontiera della Cina (come lui voleva e come fece) sui giornali cinesi comparvero articoli che riferivano di discorsi di Peng Dehuai tutt'altro che ambigui. La Corea, venne detto, non è la Cina e dunque in linea di massima quel che sta avvenendo in quel paese non riguarda Pechino. E, tuttavia, la Corea è per la Cina come le labbra per la bocca: chi controlla la Corea finisce inevitabilmente per controllare anche il Mare cinese e la penisola cinese dello Shandong. Dunque, venne detto, stia attento MacArthur a non sfidare la Cina e la neonata Repubblica Popolare. Dovesse farlo i cinesi interverrebbero.

In quella non lontana vicenda si registrarono molti segnali che conservano notevole attualità.

  1. La Cina considera la presenza di forze militari ostili ai propri confini e dunque in Corea come un attacco alla propria sicurezza nazionale.
  2. Non potendo vincere la guerra alla Cina è andata benissimo la spartizione della penisola coreana, in modo da tenere lontani i soldati USA dai propri confini;
  3. L'esercito cinese non è mai uscito dalle proprie frontiere e non lo fece nemmeno quella volta: il corpo di spedizione venne definito composto interamente da ‘volontari'. È un dato politico di grande rilievo;
  4. La Cina - e non era certo la prima volta, ma con una tradizione secolare alle spalle - non comunica decisioni importanti su giornali stranieri o con interviste / scoop. Nella cultura cinese il più importante giornale cinese è il luogo più alto e qualificato per un messaggio politico;
  5. La Cina non minaccia, non lo fa mai, non lo ha mai fatto. Non è nella sua cultura proclamare a gran voce quello che farà. O promettere - cosa frequente in Occidente e in particolare in USA - che i propri nemici ‘la pagheranno';
  6. Sebbene si renda perfettamente conto che per mandare un messaggio al mondo intero i propri giornali non siano il massimo, pure la Cina non ha mai abbandonato questo principio guida.
  7. MacArthur aveva uno staff di persone perfettamente bilingue. Le dichiarazioni di Zhu De e di Peng Dehuai lui le conosceva sicuramente e sono strumentali le scuse che addusse per difendersi, inventando la teoria di un 'attacco cinese del tutto imprevisto.

E dunque, tornando a noi, cosa hanno detto i giornali cinesi nelle settimane che hanno preceduto l'arrivo di Trump in Cina? La cortesia formale dei cinesi è proverbiale: quello che è stato detto a Pechino tra i due è del tutto ininfluente (e arcinoto). Cosa è stato scritto sui giornali cinesi prima  dell'incontro? Chi ci segue - compatibilmente con tempo e energie - troverà nelle prossime giornate materiale su cui riflettere.