05.11.2017

Sepolcri imbiancati

Cambridge Un. Press, Springer Nature: a proposito della libertà di ricerca e di pubblicazione

Da mesi, tra coloro che si occupano di Cina, tiene banco la discussione su quale sia il comportamento corretto da tenere nei confronti delle rigide leggi cinesi che bloccano l'accesso a articoli e libri che sono giudicati ‘non accettabili' dalla censura cinese.

Il tema è complesso, se si desidera un confronto serio e non limitarsi a polemiche strumentali. Nell'estate del 2017 ha fatto enorme impressione nel mondo dei letterati e degli studiosi la decisione della Cambridge University Press di rimuovere dalle pubblicazioni disponibili in Cina i testi che il governo cinese considera indesiderabili. Come si può immaginare questi temi riguardano questioni sensibili: Tibet, Xinjiang, Taiwan, democrazia interna al partito, democrazia interna alla società cinese, rapporti tra Cina e Corea del Nord, gli incidenti di Tienanmen, la Rivoluzione culturale. Recentemente il gruppo editoriale Springer Nature avrebbe accettato di non rendere accessibili al pubblico cinese gli articoli che urtano con le leggi cinesi sulla distribuzione dei testi. Nella dichiarazione resa dalla società - che riflette quella offerta dalla Cambridge University Press in estate - si spiega che si trattava di evitare che venisse bloccato l'accesso in Cina all'intero catalogo della casa editrice e che gli articoli interessati dal provvedimento sono una percentuale minima, inferiore all'1%, dell'intera produzione editoriale.

In estate, in un durissimo scambio di articoli il cui tono è parso a molti sopra le righe, i giornali cinesi guidati dal Global Times hanno espresso posizioni raramente così dure nei toni. ‘Se non vi piacciono le nostre leggi potete tranquillamente restarvene a casa'. Uscita sgradevole che ha contribuito a una levata di scudi in tutto il mondo universitario. In nome della libertà di ricerca e di pubblicazione si è richiesto a Cambridge UP di rivedere la propria politica editoriale nei confronti della Cina. La libertà di ricerca e di pubblicazione non è sindacabile. Sulla spinta dello sdegno di molti ambienti universitari britannici e americani (non si ha traccia di commenti italiani in materia) la Cambridge University Press ha rinunciato a sottomettersi alle pretese di Pechino. Decisione che è sembrata ragionevole e sensata ma che ora è stata scavalcata dalla decisione del potente gruppo di Springer Nature che ha deciso di non volere correre il rischio di perdere un mercato immenso per meno dell'1% degli articoli.



La questione tocca soprattutto e in primo luogo il mondo degli storici e dei politologi, con ricadute meno intense per sociologi e antropologi. Non risulta che l'imponente mondo delle riviste scientifiche sia in alcun modo coinvolto da questo problema. Tuttavia su questa affermazione pesa non poco la sostanziale ignoranza in materia di chi scrive. Se la Cina applichi una censura su argomenti di fisica, biologia, economia, informatica… non è chi scrive che è in grado di affrontare l'argomento.

Sul piano di principio la questione è semplice. Per nessuna ragione al mondo il governo cinese potrà chiedere a chi scrive o a chiunque altro al mondo di limitare la sua attività di ricerca ai temi che sono graditi a Pechino. Allo stesso modo ogni nazione ha le sue leggi: se nel rispetto di queste leggi la Cina decide di bloccare degli articoli ne ha facoltà. Ognuno, in casa propria, è libero di applicare le leggi che si è scelto. Il problema è dunque degli studiosi cinesi e del loro rapporto con la censura del loro paese. Saranno loro, non la Cambridge o Springer, a dovere fare una battaglia di libertà e di democrazia nella ricerca e nelle pubblicazioni.

Tuttavia il problema è esploso nella sua quasi virulenta forza polemica perché c'è un'altra censura attiva in Occidente nei confronti della Cina, censura molto più ambigua e pericolosa di quella - propagandistica e precongressuale - del Global Times di Pechino. È la censura delle case editrici che hanno deciso di astenersi dal pubblicare testi che possono sembrare conflittuali o poco graditi alla Cina. La censura dei corsi universitari dove professori che sono legati da rapporti di collaborazione e di ricerca con la Cina fingono di ignorare questioni di dimensione mastodontica. La censura dei professori che hanno deciso di ignorare la memorialistica sulla Rivoluzione culturale e (anche) su Tienanmen. La censura degli istituti universitari che hanno deciso di limitare il loro interesse alla Cina alle sole questioni linguistiche, creando una macchina che produce interpreti di raffinata eleganza ma sostanzialmente analfabeti. Traducono ma non sanno leggere. Leggono ma non capiscono quello che leggono. E se capiscono si voltano dall'altra parte.

La censura di (molti ma non tutti) economisti, giuristi, aziendalisti che da almeno venti se non trenta anni operano in Cina e hanno deciso di fare finta che il Partito Comunista non esista. C'è una letteratura sterminata di testi cosiddetti scientifici che affrontano la riforma del governo locale, della pubblica amministrazione, del rapporto tra banche e potere economico in Cina senza nominare nemmeno per sbaglio, nemmeno una volta il PCC. Come se il governo locale, la pubblica amministrazione, il rapporto tra centro e periferia siano questioni tecniche che non coinvolgono il partito se non come generico potere cinese, qualcosa di astratto e lontano.

La levata di scudi dei professori anglosassoni che si sono indignati contro la politica annunciata dalla Cambridge UP è stata tanto più diretta e manifesta perché da anni il mondo degli studiosi di Cina non riesce né a contrastare né a fermare un ben più pericoloso fenomeno interno alle nostre università. Un processo strisciante, insistente, difficile da intercettare e da contrastare per cui di certe cose non si deve parlare, certe tesi non devono essere date, certi studi non si pubblicano, certi libri non si adottano, chi parla di determinate questioni deve essere isolato da un totale e accademico silenzio. In USA come in UK - non parliamo nemmeno dell'Italia - questa auto censura nei confronti della Cina è innescata dalla pavidità di molti professori, di molte case editrici, di molte istituzioni universitarie (quasi tutte quelle italiane). Il problema non è solo quello della  Cambridge UP e delle prestigiose riviste di studi cinesi (The China Journal e The China Quarterly). Il problema è interno a ogni università, a ogni istituto universitario europeo e americano. Non riguarda la libertà di espressione e di ricerca in Cina - quello è un problema dei letterati cinesi - ma la nostra libertà di ricerca e di pubblicazione. Da questo punto di vista non c'è nessun dubbio: la stretta dei cinesi sugli studi storici e politici che coinvolgono il loro paese è stata anticipata dalle università europee e italiane in prima fila. La battaglia per la libertà di ricerca e di pubblicazione forse dovrebbe iniziare da casa nostra. Farsela coi cinesi per quello che decidono in casa loro quando si subisce questo umiliante silenzio in casa nostra è per lo meno imbarazzante. Come si diceva un tempo? Sepolcri imbiancati. L'espressione è forte, ma rende bene l'idea.