02.11.2017

Osservando la barca dell'amico che se ne va (e forse non tornerà).

È un tema classico della pittura cinese. Il congedo da un amico atteso a lungo, la partenza che separa, ma non spezza il rapporto.  O così si spera. Come scrisse il poeta Du Fu domani colline e monti ci separeranno / il mondo intero, di nuovo, tra di noi. I cinesi hanno sempre voluto fare da soli, da quando li frequento. Sì, nella Pechino degli anni Ottanta e ancor più Novanta c'erano molte persone convinte del contrario. Talora ho io stesso avuto la sensazione che forse, insistendo, chissà, fossero più disposti ad ascoltare di quanto non poteva sembrare al primo momento.

E tuttavia, nel momento in cui si ripensa a quei ricordi, la mente va all'arrogante certezza degli amministratori che ti spiegavano che la distruzione delle mura di Datong e di Xi'an era una cosa necessaria. E che, certo, tu avevi ragione a dire il contrario ma che ‘non potevi conoscere la realtà della Cina'. È vero, hanno cambiato idea, quelle mura che distrussero con baldanzosa sicurezza oggi le hanno ricostruite o lo stanno per fare. Hanno fatto di testa propria: hanno distrutto Lijiang. Ma su quella distruzione hanno innescato una riflessione non banale e ora sono molto più attenti, quasi fini. ‘Francesi' viene spesso fatto di pensare. Ma ti ascoltavano? Ti stanno ascoltando? O semplicemente hanno voluto ripercorrere loro stessi un cammino da noi già percorso e oggi, con l'intelligenza viva che caratterizza il popolo cinese, hanno già cominciato a correggere gli errori di un tempo e in alcuni casi (penso alla formidabile organizzazione che presiede all'utilizzo turistico delle grotte di Dunhuang) hanno - semplicemente - raggiunto la perfezione.

Ma dunque perché queste impressioni sparse? Perché alla fine di un anno in cui i giorni passati in Cina sono stati oggettivamente molti e le regioni attraversate moltissime, alla fine di un anno in cui hai incontrato amici di vecchia data e storie per te importanti,  non puoi nascondere a te stesso una sensazione tanto forte quanto nuova. La Cina ha chiuso le porte. La lunga fase dell'innamoramento - strumentale o meno - per l'Occidente è definitivamente sepolta, almeno per questa generazione. Gli amici che incontri sono sempre gli stessi, e l'affetto ha superato ‘diecimila li' : ma non ti guardano più come un tempo, forse non ti ascoltano nemmeno. Un nuovo orgoglio, un nuovo senso di appartenenza, una nuova fiduciosa condivisione. Loro sono il futuro, o per lo meno credono di esserlo forse più di quanto tu stesso lo creda. Non chiedono dell'Italia, né dell'Occidente. Coloro che partono per le università europee non lo fanno per cercare una preparazione internazionale, ma semplicemente perché non sono stati accolti nelle più importanti università cinesi. Quelli che vengono in Italia non sanno nulla del nostro paese, forse se ne ridono anche della vetusta storia dell'università di Bologna o della grandezza di quella di Milano. Vengono in Italia perché non sono stati accolti in Germania e Inghilterra, gli unici paesi dove - talora confessano - reputano ci sia tuttora qualcosa da imparare.

Salutando l'amico che parte (Saluto presso Jintai), di Dai Jin (1388-1462)

Con i nuovi, con gli sprezzanti stronzetti trentenni (ce ne sono ovunque, dunque anche in Cina) la conquista della fiducia è diventata più difficile, dura. Contrariamente alla generazione che li ha preceduti non conoscono nulla dell'Occidente, nulla dell'Italia: e si capisce che non gliene potrebbe fregare di meno. Occorre scendere sul loro campo, con aggressività nuova e talora sgradevole. Occorre demolirli davanti alla bella o al superiore sulle dinastie cinesi e sui pittori dell'Accademia di Hangzhou perché - da letterati - riconoscano la loro sconfitta e sorridendo accettino la sconfitta certificata dalla frase pronunciata a denti stretti ‘ma allora lei conosce questo paese' che in Cina è la premessa per una qualunque discussione seria. Non oso pensare cosa avvenga a livello legale, o industriale, o informatico.

Non è né bella né brutta la Cina di questi anni. Semplicemente, ormai, non ha più nessuna considerazione per l'Occidente e la sua storia. Quella facciata di amicizia e di disponibilità che comunque un tempo aiutava oggi è scomparsa. Sono nel domani o per lo meno credono di esserci. Molti ti guardano con l'irriverente superiorità di chi ha un solo problema: non farti capire - se non altro per educazione - che ai suoi occhi provieni da un mondo che è finito, che non c'è più.

Prende un libro dalle tue mani che non sapeva esistere. Lo vuole leggere. Lo fotografa con una applicazione per cellulare. Compaiono in un secondo le offerte più rapide e economiche. ‘Stasera me lo recapiteranno a casa. Ho pagato confermando l'ordine dal cellulare'. Nulla di così sbalorditivo, come forse il nostro amico crede. Sì forse miracoloso per qualche impiegato delle Poste Italiane, ma nulla che ormai non stia avvenendo anche da noi. Si inorgoglisce, dietro questo evidente successo di informatica e di gestione di grandi dati. D‘altronde tu stesso ne sei ammirato. Trent'anni prima suo padre lavorava la terra con una vanga e la strada del villaggio veniva costruita a gratis e a mano.  Trent'anni fa sua madre non sapeva nemmeno cosa fossero gli assorbenti e per certe necessità si usava - ancora - la carta di giornale. Trent'anni fa i contadini si spostavano da un campo all'altro ammucchiandosi su un carretto trainato da un trattorino di quelli usati nei campi per arare i campi di riso. Non c'è alcun dubbio che abbia mille motivi per essere orgoglioso. E tuttavia tutto questo è nulla, non dura nulla. Non dà felicità, non dà ricchezza, non dà sesso e non dà amicizie. Un tempo, forse, saresti riuscito a parlare di altro. Saresti riuscito a spiegare che la grandezza della Cina (e dell'Italia) consiste e consisteva in altro. Forse non ti ascoltava nemmeno allora, ma oggi si spinge più in là. Ti interrompe, si annoia: in modo evidente sta pensando ad altro.

Non è angosciante cenare con il proprio conoscente cinese che ha in mano due cellulari e non riesce a interrompere il flusso di cuoricini, sorrisini, 'emoticon'. Psicolabili lobotomizzati che non riescono a rinunciare al cellulare ce n'è molti, anche in Italia. Forse anch'io sono uno di questi. Non è questo il punto.
La soglia del dramma la si intravede nelle non domande, nella totale assenza di curiosità, nel silenzio indolente tra una conversazione e l'altra. Come se tu e il tuo mondo siate due cose lontane, vecchie e ormai troppo conosciute.
La nave Cina è partita: abbiamo tutti voluto che ce la facesse. Siamo tutti orgogliosi che ce l'abbia fatta. Ognuno, in qualche modo, ha dato una mano per questo.

Soli, sul molo dove nessun nave più attende, si ripensa alla curiosità di un tempo. A quella voglia di mettersi in discussione che una volta si avvertiva con immediatezza. Non resta che rimanere a presidiare il molo in attesa del ritorno dell'amico. Oggi colline e monti ci separano / il mondo intero di nuovo tra noi. Non è né bella né amabile questa Cina orgogliosa di sé che non sembra più avere orecchi per ascoltare e occhi per osservare altro che non sia sé stessa. Ma gli amici restano sul molo e attendono, anche quando si vorrebbe andare. Se no, che amicizia è? Ma quanto a sperare che le cose cambino… ci vorranno generazioni per ritrovare la stessa voglia di condividere e la stessa, cristallina, curiosità.