16.10.2017

Il congresso del Partito: noi e la Cina - 2012

Dove sta andando oggi il nostro rapporto con la Cina, come è cambiato negli ultimi venti anni? Mentre i cinesi - in vista del congresso del PCC - riflettono su come sono cambiati e quali problemi devono ora affrontare può essere utile guardarsi indietro piuttosto che avanti e chiedersi: ‘come è cambiato il nostro occhio osservante? Terza parte di quattro: il XVIII congresso, novembre 2012.

Il periodo che separa il XVII congresso dal XVIII è forse uno dei più oscuri e meno studiati del recente passato cinese. Sembrerebbe - con queste parole - fare un'ingiustizia a quelle persone che scrivono di Cina (tra tutti Francesco Sisci) e a quelle nuove realtà osservanti sulla Cina che sono emerse e che entrano nel quinquennio 2007 / 2012 nella loro piena maturità (Agichina e China Files su tutte). Quando si afferma che il periodo è uno dei più oscuri si fa riferimento a una complessità di vicende che vanno molto oltre il pur ottimo lavoro degli osservatori di Cina. La crisi del 2007 e 2008 - in Italia avvertita con molto ritardo rispetto a altre regioni dell'Europa - sposta l'attenzione di molti protagonisti verso l'Europa, l'America, il mondo dell'economia. Nessun segnale è così forte come il ritiro - da parte dei due giornali più importanti d'Italia - dei corrispondenti da Pechino e della loro sostituzione con persone di diverso peso giornalistico. 

La partenza di Cavalera e Rampini da Pechino e il loro spostamento su Londra (il primo) e sull'economia americana (il secondo) rende evidente un fenomeno cui la Cina non è nuova. Già alla fine della Rivoluzione culturale la Cina era passata in pochi mesi da notizia primaria al silenzio più totale. Il 1989 aveva suscitato un nuovo risveglio di interesse, culminato con le giornate di Tienanmen. Ma subito dopo la repressione ancora una volta la Cina era letteralmente scomparsa da ogni attenzione di studio e di ricerca. Con il 2008 tutto quello che accade nella Repubblica Popolare precipita in un'area scura di silenzio e di disinteresse. Con la fine delle Olimpiadi di Pechino il fenomeno si ripete: sembra quasi che l'Italia sia satura di Cina e delle sue vicende. Scompaiono dalle radio trasmissioni storiche che avevano ben figurato nel quinquennio precedente. Si riducono al minimo i servizi sulla Cina. Le corrispondenza - spesso e volentieri - preferiscono indugiare sui riflessi cinese della crisi internazionale, sulla posizione della Cina nei confronti dell'economia, quale sia il comportamento cinese nei confronti delle gravi crisi internazionali che incrinano il senso globale di sicurezza (Libia, Siria e quindi Corea del Nord).

Cosa avviene in Cina, cosa significa l'azione di rilancio del partito promossa da Hu Jintao, come stia procedendo la costruzione dello stato di diritto (cosa diversa da democrazia, come si è ricordato in precedenti interventi), come stia procedendo e quali difficoltà incontri il rilancio delle zone  depresse cinesi… queste e altre realtà o non interessano o paiono marginali. L'Italia è stata per molti decenni succube degli USA nella lettura e nelle analisi delle vicende cinesi. Per molti anni anche valenti osservatori hanno utilizzato le pagine del Washington Post, del New York Times, o recentemente del sito China Digital (scuola di giornalismo della Berkeley University) come traccia per proprie valutazioni, commenti. Sicché maligni e malelingue hanno avuto gioco facile nel sostenere la sostanziale irrilevanza di certi articoli. Ma meschinerie a parte e ignorando il chiacchiericcio da portineria, è evidente che proprio alla luce di questi sospetti del recente passato, il decollo di Agichina e di China Files è un evento significativo, incoraggiante. L'Italia comincia a osservare con occhi propri. Resasi conto che non basta leggere in inglese, sempre più persone si avvicinano alla Cina con la determinazione di indagare i testi cinesi, le fonti dunque. Senza l'esclusiva mediazione del giornalismo americano.

Sono sforzi generosi, in uno scenario tutto rivolto ad altro. Ma senza fare pagelle, senza emettere voti né di promozione né di bocciatura, cosa può notare uno storico, come chi scrive? I nuovi occhi rivolti verso la Cina, spesso di enorme esperienza, hanno in comune alcuni tratti significativi. Il primo, e il più evidente, è la perdita definitiva di ogni capacità di comprendere la liturgia e il linguaggio del partito. Finito il PCI, finito il comunismo, finito il mondo dell'élite letteraria legata al partito, si è perduta completamente la capacità di leggere le formule, il linguaggio criptico, le allusioni proprie dei testi comunisti. Negli anni Settanta chiunque in Italia avrebbe capito che quando si parla di 'insegnanti democratici' si intende 'insegnanti comunisti o legati a una ipotesi di dialogo con le forze progressiste'. Usare oggi questa espressione creerebbe probabilmente sgomento non solo nel giornalista, ma nel lettore stesso: 'E che diamine sarebbero gli insegnanti democratici?'. Non è colpa di nessuno se gli ex intellettuali del PCI non hanno alcun interesse a osservare la Cina; non è colpa di nessuno se chi osserva la Cina non appartiene - nemmeno in modo indiretto - a questa tradizione politica. Ma se Hu Jintao parla di 'sviluppo scientifico' non si è più in grado di capire a cosa faccia riferimento. Se Wen Jiabao critica Bo Xilai e i suoi metodi tesi a risuscitare 'i metodi della grande tragedia' si reputa di non aver capito, o di avere tradotto male: e quale sarebbe la 'grande tragedia' cui Wen fa riferimento?

L'assenza di persone provenienti dal campo comunista in grado di decodificare il linguaggio del partito alimenta il dubbio che il dibattito sia oscuro, che non sia conoscibile. Che non ci sia nulla da leggere e che non resti all'osservatore della realtà cinese che cercare ogni possibile 'buco della serratura' da cui cogliere frammenti di realtà. Eppure il partito scrive, sono migliaia e migliaia di documenti in cinese: lo scontro tra l'anima antica del partito (Bo Xilai) e quella al potere (Hu e Wen) è testimoniato da centinaia di documenti molto, ma molto prima che esploda lo scandalo che porta alla rimozione del dirigente di Chongqing.

E qui emerge un secondo problema di fondo. Di cui nessuno è direttamente responsabile, ma le cui conseguenze paga l'Italia intera. I nuovi lettori di Cina hanno ormai decenni di esperienza - a volte anche diretta - in Cina. Molti di loro parlano e leggono molto bene il cinese. Vengono tuttavia da scuole che hanno teorizzato la marginalità della conoscenza storica (molte facoltà di Economia) o che l'hanno emarginata a materia secondaria di corsi linguistici.  Non si sa nulla del partito perché come economisti non interessa e come interpreti - sebbene di altissimo profilo - non si hanno gli strumenti. Per un esperto di lingua cinese leggere il dibattito interno al partito è come osservare un orizzonte col microscopio. La sua è una grande e rispettabile scienza, ma non ha nessuna capacità o conquista da offrire su orizzonti macro. Conoscere il cinese anche perfettamente non spalanca nemmeno una veduta periferica sul partito e i suoi documenti. La storia in Cina non è un 'aiuto' ma è la chiave stessa della lettura politica del dibattito in Cina. Se non si sa chi è stato Peng Dehuai, chi Liang Qichao, chi Kang Youwei, chi Yuan Shihkai non si comprende nulla degli esempi, delle citazioni indirette, delle allusioni, degli accenni. Come si può sperare di comprendere i discorsi del partito sull'esercito se si ignora cosa sia stato il patto stretto tra Zhu De e Mao Zedong, cosa i Jinggangshan? Tutta la ricchissima produzione di documenti del partito su questo tema è uno slalom continuo tra formule - sempre le stesse - che in diversi contesti hanno a volte voluto dire cose opposte. Certo il modo di parlare del PCC è antico, irrigidito, ermetico, per iniziati. Ma è quello che viene usato. Se interessa confrontarsi con questo mondo non resta che conoscerlo. Chi mai oserebbe parlare di Berlinguer e del 'compromesso storico' senza conoscere il significato della parola 'Resistenza' e il senso politico della tragedia dell'11 settembre 1973 (colpo di stato in Cile di Pinochet)?

La crisi che porta al congresso del 2012, lo scontro che oppone Bo Xilai alla dirigenza - la si chiami così - 'costituzionalista' del partito viene vissuta dall'Italia in un clima di disinteresse sostanziale. Coglie imprevisti quasi tutti i commentatori politici. È un generico rifugiarsi in alchimie segrete, lotte per il potere, Tizio che non ha mai amato Caio, ecc. …  senza che se ne comprenda il valore annunciato sui documenti del partito fin dal 2010, più di un anno prima. È lo scontro tra chi sostiene che la società cinese debba essere progressivamente retta dallo Stato, dalle leggi, da protocolli e da procedure ispezionabili e, dall'altra parte, i tanti dirigenti del partito che invece reputano che il partito sia al di sopra della legge e che debba restarci; che il rispetto di comportamenti onesti non debba essere affidato a codici e tribunali, ma alla mobilitazione delle masse. Bo Xilai pare sia stato per molto tempo un formidabile nemico della corruzione. L'accusa che mosse contro di lui il Consiglio di Stato non fu quella di avere sbagliato nel lottare contro la corruzione, ma di avere usato sistemi non più accettabili: l'irrisione sui media, i manifesti per strada, la gogna mediatica, le manifestazioni in strada (tutto ciò che è riassunto nell'espressione 'mobilitazione delle masse').



Poche cose, tuttavia, sono così umilianti per chi ama il proprio paese come la visita in Cina di Mario Monti e la sua richiesta nemmeno troppo velata di interventi cinesi a sostegno delle aziende italiane. Chi ha accompagnato Monti? Chi ne segue la segreteria diplomatica? Chi ha curato la preparazione dell'incontro? Sul Quotidiano del Popolo, ormai da settimane prima dell'incontro, il partito ha preso una posizione durissima. Si pubblica un sistematico confronto tra le ferie di un operaio italiano o francese e quelle di un operaio cinese; le due assistenze sanitarie diverse; le condizioni delle città e di vita. La conclusione è sferzante, dura: non venga a chiedere aiuto alla Cina chi ha settimane lavorative di 36 ore, non venga a chiederlo a noi che ne lavoriamo sessanta. Quando i due mondi - si dice - si saranno avvicinati allora forse sarà possibile, ora no.

Un rispettabile Presidente del Consiglio fu mandato alla sbaraglio da una segreteria che o non lesse, o non sapeva, o giudicava irrilevanti questi testi. Eppure non occorre essere nemmeno segretario di una sezione del PCI di 12 persone di una sperduta località sui monti della Lucania per sapere che se il Quotidiano del popolo pubblica articoli così decisamente ostili non necessariamente ne condivide la linea,  ma evidentemente reputa che sia il momento giusto per mandare un segnale. Perché chi viene sappia che ogni richiesta sia forse meglio avanzarla in modo meno pubblico e con estrema prudenza. Le resistenze interne - intendeva dire quell'articolo - sono troppe e potenti.

A margine di queste riflessioni si registra nel quinquennio 2007 - 2012 qualcosa che forse non è scientificamente misurabile, ma ha un suo peso. Con inizio gli attacchi alla fiaccola olimpica che si dirige a Pechino, proseguendo per la guerra alla Libia - nonostante Shanghai e il declamato successo dell'Expo - chi vive in Cina e la frequenta avverte una deriva non bella, poco simpatica. Meno interesse per l'Europa, meno interesse per l'Italia, salari in ribasso per gli occidentali in Cina. Un crescente orgoglio nazionale  che sembra procedere di pari passo con una chiusura dei cinesi verso il mondo esterno. Ormai non si chiede più quali film si debba vedere dell'Occidente, ma si suggerisce quali vedere della Cina. Wapp non interessa più: gli amici cinesi mostrano WeChat e insistono perché tu lo scarichi sul cellulare: "E' più veloce, è meglio. Anche in Europa". Molti italiani rientrano o provano a farlo: la Cina si è fatta - si dice - più asseritiva. Parola che non esiste nel vocabolario italiano e che è popolare traduzione dell'inglese asseritive. Qualcosa di più di un segnale, parrebbe.