15.10.2017

Il congresso del Partito: noi e la Cina - 2007

Dove sta andando oggi il nostro rapporto con la Cina, come è cambiato negli ultimi venti anni? Mentre i cinesi - in vista del congresso del PCC - riflettono su come sono cambiati e quali problemi devono ora affrontare può essere utile guardarsi indietro piuttosto che avanti e chiedersi: ‘come è cambiato il nostro occhio osservante? Seconda parte di quattro: il congresso ‘pre-olimpico' del novembre 2007.

 Il XVII congresso del partito si tenne a Pechino nel 2007, tra il 15 e il 21 ottobre. Fu un congresso importante, come tutti. Chi lesse la relazione tenuta da Hu Jintao - e qualcuno, non molti invero, la lesse - rimase sbalordito dalle novità che conteneva e dalla svolta che segnava per la Cina. Come già era avvenuto con la teoria delle tre rappresentanze dell'era di Jiang Zimin, ora il congresso modifica la costituzione del partito ospitando la nuova teorizzazione del momento: sviluppo scientifico e società armoniosa. Una sorprendete analisi delle contraddizioni della società cinese vede Hu Jintao proclamare la necessità che il partito recuperi una mentalità d'avanguardia; sollecita un maggiore impegno nel sostegno dello sviluppo cinese indicando la primaria necessità di colmare il gap culturale che vede la cultura cinese quasi subalterna a quella occidentale: della Cina gli occidentali ammirano il progresso economico, è bene ora - si dice - che comprendano che la Cina non si sta ‘occidentalizzando' ma ha iniziato un serio recupero della propria tradizione culturale. Quello che un articolo importante di un prestigioso think tank di Pechino chiama ‘la necessità di dare vita a un rinascimento della cultura cinese nel mondo'. La svolta pare così di sostanza, così poco intesa, che chi scrive decide di avviare polo news.info per contribuire - pur nella consapevolezza dell'infinita irrilevanza della propria azione - a fare capire meglio quello che sta avvenendo in Cina. Quanto profonda sia la capacità del partito di riflettere sugli errori dello sviluppo occidentale (la Cina si riempie di articoli con riflessioni sulla rivolta a Birmingham e della banlieu di Parigi) e quanto sia indispensabile ridurre la frattura che si è venuta a creare tra il centro cinese, ancora immobile in una situazione di sostanziale povertà, e l'est ormai diventato ricco, troppo ricco. Ma, forse soprattutto, sorprende chi si occupa di Cina l'appello del premier Wen Jiabao a una crescita delle aree controllate dalla legge, creando le premesse per uno stato di diritto.



Sono innovazioni epocali ma sulla stampa internazionale, certo con ampie eccezioni, sembra che nulla sia avvenuto. Molti politici europei fingono di non capire, o non capiscono proprio, che l'appello di Wen Jiabao alla necessità di uno stato retto da leggi certe non significa democrazia. La confusione tra ‘stato di diritto' e ‘democrazia' è continua, inarrestabile. Eppure nessun giurista italiano oserebbe mai, nemmeno per un momento, metterli sullo stesso piano. L'Occidente continua a guardare la Cina come a un paese in cui conta solamente la corsa al denaro e all'arricchimento personale. Le cronache inviate dal Pechino esaltano il gigantesco processo di trasformazione della Pechino che si accinge ad ospitare le olimpiadi. Ma i temi sono antichi, sono obsoleti, tristemente stantii. Mentre la Cina parla di ‘rinascimento della cultura cinese' e mostra un'attenzione straordinaria alla gestione culturale e politica dei processi in corso, l'occhio osservante occidentale è fermo a dibattiti d'altre epoche. In realtà si è ormai davanti a una frattura vistosa e inquietante tra quello che avviene in Cina e quello da cui sembrano essere attratti politici e stampa occidentale. Prosegue la lamentosa e inutile querelle sugli hutong di Pechino distrutti per fare posto alla nuova capitale; prosegue la polemica ‘libertaria' (???) sul Dalai Lama e il Tibet. L'attenzione di Pechino per lo sviluppo nel centro della Cina diventa una questione di ecologia. Nell'anno del congresso Pechino, con la scusa un'armonica organizzazione delle notizie relative alle olimpiadi, il partito ha ormai portato a termine un'imponente riorganizzazione della stampa e del web cinese.  Ogni luogo di informazione viene inserito in una precisa scala di competenze e di priorità: tutte le notizie politiche e di interesse nazionale vengono sottratte alla - fino a quel momento - relativamente libera discussione. Tutto viene concentrato in pochi luoghi e solo questi hanno il diritto di parlare e commentare: agli altri spetta solo il compito di rimbalzare e moltiplicare le notizie.  Molto prima della primavera araba la Cina è già intervenuta per isolare e risolvere le contraddizioni create da Facebook e dal web. Ci vorranno mesi, anni, perché la nuova Grande Muraglia si chiuda: tuttavia nel 2007 è ormai un fatto compiuto. Con la scusa di risparmiare (non ha nessun senso mandare alla finale di una gara olimpica mille corrispondenti diversi, è sufficiente che sia uno a raccontarla e molti a ripetere) la Cina ha ormai censito e identificato tutti i canali dell'infiltrazione occidentale in Cina. Non resta ora che strangolarli lentamente, a uno a uno. Ben prima della guerra di Libia la vicenda della SARS ha rivelato ai cinesi che non hanno amici, non in Occidente. Dove sono coloro che si erano offerti di mediare, di conciliare i due mondi? Non uno ha avuto il coraggio di dire che la SARS era una bufala che al massimo avrebbe coinvolto poche centinaia di persone. Non uno ha avuto il coraggio di scrivere che la Cina era stata messa in quarantena per poco più di 500 decessi, una cifra ridicola rapportata ai soli 50.000 che muoiono ogni anno nella sola Europa per influenza ‘polmonare'.

L'occhio osservante italiano ed europeo forse coglie poco, forse non vuole capire. Eppure è un momento d'oro. In Italia chiunque si occupi di Cina viene intervistato anche più volte al giorno. Ogni casa editrice va in stampa con testi sulla Cina. Si dice che i testi di Rampini sfiorino il milione di copie. La posta in gioco sfugge o viene palesemente nascosta: forse bisognerebbe dire ‘tradita' se si avesse un minimo di orgoglio nazionale. La vicenda degli Istituti Confucio che si stanno dilatando in tutto il mondo è da questo punto di vista triste e ben nota. Mentre le grandi università del mondo che hanno una tradizione di studi cinesi respinge la richiesta dell'apertura di Istituti ‘all'interno' del campus universitario rivendicando la propria libertà di ricerca e la propria autonomia di pensiero nei confronti della Cina, in Italia e nelle minori facoltà europee si assiste a una gara che nessuno ferma per aprire e potenziare gli istituti.  I cinici inglese, gli orgogliosi francesi e americani respingono - in tutte le sedi più importanti - gran parte delle richieste adducendo motivi di tutela degli interessi nazionali. In Italia si finge di non vedere: sono risorse, risorse che vanno a favore dell'insegnamento. Nessuno si domanda se sia lecito che un professore di un'università statale italiana accetti denaro da società cinesi solo formalmente autonome rispetto a Pechino. Nessuno sembra interessato a cogliere le infinite contraddizioni del momento. Cala una nube, di nebbia e di silenzio, sul mondo dell'editoria: gli stessi professori che hanno accettato nelle proprie aule la presenza degli Istituti Confucio agiscono da consulenti per case editrici. Gli editori di molte case segnalano l'abbandono di programmi editoriali, la messa in mora di iniziative sul Tibet. E d'altra parte non è possibile essere direttori di un istituto Confucio e al tempo stesso promuovere la pubblicazioni di testi critici sulla Cina. Anche il mondo delle tesi subisce questa strisciante conquista: gli studenti vengono invitati ad affrontare argomenti meno attuali, meglio la lingua del presente. ‘Ma lei si rende conta cosa significa in questo momento fare una tesi sul sistema sanitario cinese? Non si rende conto di come potrebbero reagire i cinesi?'

È una piaga nazionale ma non solo italiana. Più o meno in questi anni il grande studioso del Partito Comunista Cinese e della politica cinese - David Shambaugh - abbandona il Regno Unito per gli USA. In un duro articolo che venne accolto nel silenzio più assoluto denunciò un'Europa succube e rinunciataria, incapace di comprendere la scommessa che si stava giocando sul piano culturale e l'assoluta necessità per l'Occidente di comprendere la Cina e le sue strategie. Se si vuole anche per aiutarla.

Più semplicemente e tristemente chi scrive, invitato a un incontro con esponenti politici italiani con responsabilità di governo, vede messe in ridicolo le osservazioni avanzate e qui sommariamente riassunte. "Lei non ha capito niente, Cammelli, glielo dico io. Questi [i cinesi] hanno un solo obbiettivo, arricchirsi e fare soldi. Non creda che a Pechino siano interessati alla cultura, al rinascimento del mondo cinese, e a tutte le belle cose letterarie che lei ci ha ricordato". (2, continua)