14.10.2017

Il congresso del Partito: noi e la Cina - 2002

Forse non è male cogliere proprio l'imminenza di questa congresso per chiedersi cosa è cambiato, dopo quattro anni e dopo molti congressi vissuti con occhio osservante e critico, in noi nel rapporto con la Cina. Fare una sorta di congresso alla rovescia e chiedersi che ne è del nostro rapporto con la Cina, senza perdere la consapevolezza della propria dimensione e marginalità personale, quindi italiana, dunque europea, infine occidentale. Come è cambiato il nostro occhio osservante?

Coloro che guardano alla Cina si stanno chiedendo cosa deciderà l'imminente congresso del Partito Comunista Cinese. Anche in questo spazio ce lo si sta domandando: al tema sono state dedicate più di una riflessione. Tuttavia c'è qualcosa che potrebbe essere utile fare, meno criptico ed ermetico di quanto non possano essere le analisi della politica interna cinese. Forse non è male cogliere proprio l'imminenza di questa congresso per chiedersi cosa è cambiato, dopo quattro anni e dopo molti congressi vissuti con occhio osservante e critico, in noi nel rapporto con la Cina. Fare una sorta di congresso alla rovescia e chiedersi che ne è del nostro rapporto con la Cina, senza perdere la consapevolezza della propria dimensione e marginalità personale, quindi italiana, dunque europea, infine occidentale. Dove sta andando oggi il nostro rapporto con la Cina, come è cambiato negli ultimi venti anni? Mentre i cinesi riflettono su come sono cambiati e quali problemi devono ora affrontare può essere utile guardarsi indietro piuttosto che avanti e chiedersi come è cambiato il nostro occhio osservante.

Quando nel 2002 si chiuse l'era di Jiang Zimin (XVI congresso, 7 novembre 2002) la Cina veniva vissuta come una società giunta ormai alla soglia di contraddizioni insuperabili (non è questa la sede per integrare con le mille possibili citazioni di conferma, occorrerà fidarsi di chi scrive). Lo sviluppo della società cinese e della sua economia avevano creato fenomeni di accelerazione e di abbandono: per la prima volta da molti anni il mondo cinese si presentava spaccato. Il PCC, conteso tra il potentissimo sviluppo industriale di quegli anni e un interno del paese quasi abbandonato a sé stesso, veniva presentato come saldamente controllato dal gruppo di Shanghai. Jiang Zimin e Zhu Rongji potevano forse anche uscire di scena, ma avrebbero comunque continuato a controllare e dirigere le sorti della politica cinese.



Alla Cina l'Occidente chiedeva il rinnovamento sostanziale di un partito avvertito come dominato da un'anziana e immobile burocrazia; dunque (su questo dunque ci sarebbero da scrivere fiumi di parole) il necessario adeguamento democratico di uno stato il cui livello di complessità richiedeva ormai una molteplicità di poteri autonomi e comunque in qualche reciproco modo delimitati (esecutivo, giudiziario, finanziario, militare, autonomia dei governi locali, ecc.). Il partito veniva dato dalla maggior parte dei commentatori come spacciato. Per qualche avventuroso interprete di Cina di quegli anni si poteva tranquillamente parlare di ‘imminente crollo della Cina stessa'. Vulgata di quel tempo era che non appena i salari fossero cresciuti e la competitività delle aziende cinesi si fosse dovuta misurare con una minore competitività l'intera costruzione della Cina contemporanea sarebbe entrata in una fase di stagnazione o di regresso da cui - si sosteneva - non sarebbe stato possibile uscire senza una profonda svolta democratica.

Poiché lo sviluppo cinese coinvolgeva in modo profondo anche l'Occidente e i suoi equilibri diventava necessario dare la massima urgenza a un'azione di guida e di incontro con la Cina. Di questa azione di guida e di ingerenza diretta negli affari interni cinesi nulla fu così eloquente in quegli anni coma la rigida presa di posizione dell'Occidente nei confronti dell'autonomia del Tibet, l'insistenza sui diritti umani ed altre avvertite urgenze di cui i cinesi non avevano ancora messo a fuoco l'importanza e su cui erano - per così dire - titubanti. Immediatamente dopo il congresso del Partito si ebbero una molteplicità di interventi, a livello diverso, per ‘aiutare' la Cina e spingerla nella direzione desiderata. Nulla fu più clamoroso e incomprensibile della famosa e mai dimenticata (dai cinesi) vicenda della SARS (2003), quando una influenza di irrilevanti proporzioni venne trasformata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità in una sorta di catastrofe umanitaria. La vicenda fu aperta da uno scontro durissimo all'interno dell'OMS: la presidente di turno (la norvegese Gro Harlem Brundtland) a fine mandato si schierò contro l'ossessione di quei mesi dell'amministrazione americana per il terrorismo biologico e ricordò che malaria, morbillo, colera e Aids, tra gli altri, erano i veri pericoli di cui l'umanità tutta doveva preoccuparsi. Vinse il sud coreano Lee Jong-wook che della nuova frontiera del terrorismo biologico aveva fatto la bandiera principale della sua campagna elettorale ampiamente sostenuta dagli USA. Poche settimane dopo la nomina del coreano alla presidenza dell'OMS venne lanciata  l'offensiva contro la Cina e le sue condizioni sanitarie, colpevoli di esportare nel mondo un virus presentato come dramma epocale, assimilabile alla peste nera.

Di livello minore, ma non meno indicativo, è il segnale mandato in quegli anni dai più grandi quotidiani internazionali. Con alcune splendide eccezioni - si ricorda in particolare il corrispondente del Washington Post e Fabio Cavalera del Corriere della Sera - i corrispondenti inviati in Cina non erano lettori attenti della realtà cinese (spesso conosciuta per niente) ma straordinari interpreti e comunicatori del pensiero occidentale. La loro funzione in quegli anni non era quella di spiegare la Cina agli occidentali, quanto spiegare ai cinesi cosa l'Occidente si attendeva dall'amministrazione cinese.

 La percezione di coloro che vivevano e lavorava in Cina in quegli anni era forte e in qualche modo precisa. Si avvertiva di essere - in quanto occidentali - modello, punto di riferimento ascoltato e osservato. I punti più moderni di Pechino e Shanghai civettavano apertamente con i migliori locali di Londra e di New York. L'Europa era un sogno condiviso da migliaia di studenti che conoscevano o desideravano conoscere le ultime musiche, gli ultimi film, i marchi, ecc.

A queste forti pressioni europee e occidentali la Cina di quegli anni presentò - nella relazione congressuale - una forte accentuazione della necessità del mondo di andare incontro a un equilibrio multi polare, che dunque ponesse termine alla egemonia solitaria degli USA e andasse nella direzione di una maggiore presenza europea e, naturalmente, russa. (continua)