01.10.2017

Lotta alla corruzione 3

Compare sul Quotidiano del Popolo, intorno alla metà di agosto, un articolo che pare distaccarsi in qualche modo dagli altri che, quotidianamente e da molto anni ormai, compaiono sulla stampa cinese in materia di corruzione. 

Questa volta nel mirino non ci sono i dirigenti di partito o i dirigenti statali ‘corrotti'. Il giornalista - dunque il partito, stiamo parlando del Quotidiano del Popolo - si lancia contro i funzionari che da quando ha avuto inizio la campagna contro la corruzione non fanno più nulla. ‘Il fatto di non rubare - scrive il giornale - non basta: non danneggia lo stato solo chi ruba o si fa corrompere, ma anche chi non fa nulla, non si muove, nella paura che qualunque cosa venga interpretata in modo negativo.'
L'articolo è una delle prime, sebbene indirette, conferme di ciò che da mesi circola in Cina e che talvolta  riesce a trovare spazio anche sulla stampa nazionale. La campagna contro la corruzione ha colpito così duramente il partito e la pubblica amministrazione che ormai è diffusa la psicosi di essere coinvolti in qualunque modo nella campagna di rettifica in atto e molti non hanno più il coraggio di fare nulla. Qualunque regalo, qualunque promozione commerciale, qualunque iniziativa tesa a facilitare la realizzazione di un progetto si teme che venga letta come pratica corruttiva e come tale viene immediatamente abbandonata nel timore di conseguenza politiche e giudiziarie.

Non sono fenomeni esclusivamente cinesi: chiunque abbia l'età per avere seguito ciò che avvenne in Italia dopo l'inchiesta denominata Mani Pulite sa che molto attività economiche si bloccarono completamente nel timore di essere confuse con la corruzione o di non riuscire a impedirla. Tuttavia in Cina la situazione è sensibilmente diversa. Da molti secoli, forse da sempre, la società cinese vive sotto un potere che è a parole assoluto e totalitario ma che nella realtà dei fatti lascia ampissimo margine di manovra sia alla scarna burocrazia sia alla società civile. Marcel Granet, felicemente ripreso da Renata Pisu nel titolo di uno dei suoi più recenti libri, coniò l'immagine di una società che non si sottomette né a dio né alla legge: una società, dunque, dove le regole sono molte, spesso frustranti e inibenti, ma mai calate dall'alto da un potere religioso (Dio) né da un potere civile (la Legge). In un sistema a regimi paralleli, come è quello cinese, le regole vengono imposte dalla famiglia, dal clan di appartenenza, dall'obbligo di vivere comunque in armonia con le persone vicine e con la società. Queste regole, spesso non dichiarate ma a tutti note, non prevedono che ad esse si sommi un potere esterno come quello dello Stato. La storia della pubblica amministrazione cinese è ricca di indicazioni politiche, di suggerimenti che è obbligatorio seguire o seguire le quali è fortemente raccomandato, ma mai fino ad oggi ha conosciuto quello che potrebbe essere definito un codice di comportamenti formalizzato da leggi da rispettare a ogni costo. L'epoca - recente - più autoritaria fu quella di Mao: ebbene nemmeno in quei decenni i cittadini cinesi si trovarono a subire leggi che ne determinavano i comportamenti, ma solo ‘campagne' [运动, yundong] che indicavano un modello cui ispirarsi, ma non procedure stabilite dalla legge e da seguire letteralmente. Tutto questo innalzava il potere del magistrato locale, ora del leader politico, ma non ne determinava i comportamenti nello specifico. Questa estrema fluidità della società cinese, magistralmente afferrata da Granet e da Pisu, non conosceva dunque limiti, ovvero questi andavano individuati solo nel valore morale dell'azione del singolo. Sicché se un comportamento raggiungeva l'obbiettivo politico indicato era per se stesso virtuoso. Non raggiungerlo era di per sé stesso punibile. L'uomo cinese si è venuto così sviluppando nel corso dei secoli costretto all'interno di una sorta tensione costante tra due poli: da una parte il dovere di raggiungere certi obbiettivi, dall'altra il rispetto delle regole imposte dalla famiglia e dalle tradizioni [风俗, fengsu] del luogo.

Tutto questo non può funzionare nella società contemporanea, è evidente. Ed è qui che si concentra il problema dello stato cinese, dell'azione intrapresa da Xi Jinping e dal partito, e dei funzionari di partito e dello stato. Non si chiede più solamente di raggiungere un determinato obbiettivo, ma di farlo rispettando le regole che vengono via via definite da un crescente corpus di leggi e di regolamenti. Questa rivoluzione, impostata dall'amministrazione di Hu Jintao e di Wen Jiabao, nonostante le critiche e le accuse di personalizzazione portate avanti dalla stampa occidentale, ha conosciuto una potentissima accelerazione negli anni di Xi Jinping e di Li Keqiang. Il mondo cinese si è trovato, probabilmente per la prima volta nella sua vita, a dovere scegliere tra un comportamento corretto e un comportamento ‘giusto' e non sa come muoversi, cosa scegliere, in che direzione muoversi.

Un esempio può aiutare il lettore a capire cosa sta succedendo. Fino a pochi anni fa un incidente automobilistico in strada poteva - doveva - essere risolto immediatamente, con o senza l'intervento della polizia. Tra i due automobilisti coinvolti si apriva una discussione e questa inevitabilmente terminava o con una condivisione di colpe - per cui ognuno si faceva carico del danno arrecato al proprio veicolo - o con una monetizzazione della colpa. Colui che alla fine della discussione, cui inevitabilmente partecipavano i testimoni, risultava meno innocente dell'altro saldava sul posto, in contanti, il danno arrecato. Con il pagamento di questa sorta di multa l'incidente veniva considerato chiuso. Il traffico riprendeva normalmente e la vicenda cessava di essere di interesse pubblico. Da qualche anno le cose sono mutate. Il mancato rispetto di uno stop, ad esempio, impone che al colpevole venga ritirata la patente e che si apra una sorta di processo per stabilire la colpa, l'entità del danno, e la responsabilità civile di chi non ha rispettato lo stop. Per quanto tutto questo possa sembrare ovvio non lo è per niente in Cina. Mancano i periti, mancano i punti di riferimento legali, manca la stessa volontà di trasformare la questione pratica di un singolo incidente in un problema formale così ampio. Il taxista colpevole - ad esempio - si rende perfettamente conto che avere superato uno stop senza fermarsi o essere passati col rosso comportano un'infrazione grave. Capisce, almeno a parole, che lo Stato voglia premunirsi contro coloro la cui guida è pericolosa per gli altri. Talora può anche condividere - se non altro in chiave teorica - che esista una legge che prevede tutto questo e che questa legge debba essere rispettata. Tuttavia questo iter è per lui nuovo, è nuovo per il poliziotto chiamato a decidere, è nuovo il concetto che la macchina venga sequestrata fino a quando non andrà a riprenderla qualcuno cui la patente non è stata sequestrata. Tutta questa novità non ha per il momento procedure conosciute e condivise, non ha know-how: lo stesso poliziotto, chiamato a decidere, finisce col preferire che i due litiganti si mettano d'accordo e che la questione finisca lì, piuttosto che aprire una vicenda dai contorni legali complessi e di cui non si intravede la fine. Molti poliziotti saranno portati a credere che è meglio per tutti che il traffico riprenda, che le persone tornino al lavoro, che la questione - insomma - si risolva quanto più in fretta è possibile senza trasformarsi in una annosa e paludosa questione legale. Così facendo, tuttavia, il poliziotto si pone al di fuori della legge che è chiamato a far rispettare e a rispettare a sua volta. E così, combattuto tra due modi di procedere in contraddizione, tra una scelta semplicistica e tradizionale che tuttavia gli è negata per legge e una scelta complessa che tuttavia non sa gestire, molti preferiscono non scegliere. Ovvero non intervengono. Si fingono occupati, o chiamati da altro e di più importante. I due litiganti - quello che non ha rispettato lo stop e quello che è stato investito - si ritrovano da soli (magari all'interno dello stesso posto di polizia) di fatto sollecitati a trovare loro stessi una soluzione senza richiedere che la polizia rediga un verbale e metta in moto un processo complesso e la cui fine nessuno conosce.

Se dal semplice incidente automobilistico ci si trasferisce al campo dell'edilizia, della produzione, dell'amministrazione pubblica si comprende immediatamente come tutto diventi estremamente complesso. Il funzionario chiamato a decidere, in piena campagna anti corruzione, se appartiene alla nutrita schiera di coloro che non hanno né il cuor di leone né la percezione di avere un mandato da compiere, non nega e non approva. Non si presenta alla riunione che teme possa trasformarsi in occasione di corruzione; tace alla riunione in cui vanno prese decisioni nella convinzione che sia solo il suo silenzio a proteggerlo da un'eventuale accusa. ‘Galleggia', si potrebbe dire, cercando di salvare sé stesso, completamente disinteressato a cosa sarà del progetto su cui è chiamato a esprimersi. Così facendo, non c'è dubbio, arreca un danno non calcolabile all'economia e alla sua amministrazione: ed è questo danno sostanziale che è oggetto della reprimenda dell'articolo del Quotidiano del Popolo.

Condurre la società cinese in direzione di ciò che il prossimo congresso dichiara a gran voce nei suoi manifesti (ove è sempre presente la scritta 法治, fazhi, ovvero secondo la legge) si rivela così un processo nuovo, estremamente complesso dal punto di vista sociale: va in una direzione completamente nuova per la società cinese e - probabilmente - non è ancora completamente sostenuto da procedure definite, protocolli condivisi e riconosciuti. Che si tratti dell'assegnazione di una commessa o della risoluzione di un banale litigio a un incrocio stradale il cittadino cinese, e il funzionario di riferimento, sono di fronte a qualcosa di mai veduto. La scommessa di Xi Jinping e del partito è assai più complessa di una semplice lotta a funzionari inetti o, semplicemente, disonesti.