25.09.2017

Sulla Corea del Nord

Commento
Sono comparse su Corriere della Sera e The Guardian analisi che sono sembrate ben fatte. Alcune - tuttavia - hanno dimostrato una capacità di lettura più ampia e forse sarebbe bene partire da queste più vaste letture per comprendere quello che sta avvenendo in Estremo Oriente. Il bel saggio di Isaac Stone Fish (Let's stop calling North Korea 'crazy' and understand their motives, The Guardian, 13 aprile 2017) è un utile punto di partenza. A integrazione di quanto scritto da Isaac Stone Fish si possono aggiungere alcune valutazioni.

Kim Jong-un non è uno stupido e non è nemmeno uno smemorato. Sa bene di essere parte di una ristretta schiera di stati definiti dall'amministrazione americana a più riprese 'stati canaglia'. Sa bene quanto Saddam Hussein - dopo la prima sconfitta - abbia cercato di essere arrendevole, consentendo alle ispezioni internazionali di spingersi ovunque, e come questo non sia bastato a salvare il suo regime.  Kim Jong-un sa che non avendo trovato armi di distruzioni di massa l'amministrazione americana - con la complice connivenza di quasi tutta la stampa internazionale - ha inventato prove risibili per giustificare l'intervento armato. Prove che il mondo intero ha fatto finta di considerare autentiche. Sa come è finito Saddam Hussein, impiccato e il paese nel caos: centinaia di migliaia di morti, americani inclusi.

Non era definito 'stato canaglia' - la Libia di Gheddafi - anzi da molto tempo ormai dialogava con diversi stati europei, Italia in primo luogo. Tutto questo non è bastato a salvare né il suo regime né la sua vita: rispetto all'Iraq non si è nemmeno tentato di dimostrare la pericolosità internazionale di Gheddafi, non si sono nemmeno inventate prove. Tuttavia la lezione irachena non è servita: Gheddafi è caduto ugualmente anche se tutti sapevano - e la stampa cinese denunciava questo a pieni titoli nelle prime pagine dell'epoca - che senza una soluzione credibile per il dopo Gheddafi era molto, molto meglio non aggredire la Libia. In Libia, come in Iraq, l'intervento americano (e quello francese e inglese) ha prodotto disperazione e morte oltre ogni peggiore immaginazione. 

Kim Jong-un ha visto questo. Ha capito che avere o non avere armi nucleari è ininfluente: se non le ha l'amministrazione americana ha la determinazione e i sostegni sufficienti in tutto il mondo - per sostenere il contrario e giungere a un intervento armato. È probabile che  Kim Jong-un e l'amministrazione coreana si siano illusi di potere contare sulla Russia o sulla Cina. Tuttavia, l'attacco occidentale in Ucraina, l'incredibile sostegno dato a un gruppetto di nazifascisti e al loro colpo di stato a Kiev, l'ostinazione con cui UK e USA hanno cercato di pilotare una guerra contro la Russia nella stessa Europa... ognuna di queste cose ha fatto capire a  Kim Jong-un che la sua sorte era ormai segnata. Nasce da qui il potenziamento del nucleare e la continua provocazione al mondo.  Kim Jong-un sta dicendo in altre parole 'Non mi farò eliminare in silenzio come Gheddafi o addirittura collaborando come Saddam Hussein. Se volete la mia pelle la pagherete con un disastro nucleare  e - come minimo - con la distruzione completa di Seoul.' (indifendibile a ogni tipo di attacco anche convenzionale).



Da quando Kim Jong-un ha cominciato a minacciare il mondo qualcosa è sensibilmente mutato nella sensibilità collettiva. Gli anni Novanta del XX secolo sono stati segnati dall'offensiva americana sul Tibet, sull'ovest cinese, su Taiwan. La Cina si è sentita attaccata nella sua stessa integrità nazionale. Ci sono stati momenti in cui veramente il mondo ha creduto che si fosse alla vigilia della 'vietnamizzazione' del Tibet. E il Dalai Lama assumeva agli occhi di molti giovani d'Europa e degli USA la statura di un leader nazionale democratico e rivoluzionario al tempo stesso. Il primo decennio del XXI secolo ha veduto la Russia esposta ad attacchi prima inimmaginabili. Ha iniziato la Georgia a reclamare l'ingresso nella NATO: al confronto i missili russi puntati da Cuba su Washington erano assai meno pericolosi. 

Non si era chiusa la crisi georgiana che gli USA sono ripartiti all'attacco con il progetto di inserire l'Ucraina nella NATO: ovvero portare la capacità offensiva dei missili e della NATO a meno di 200 km da Mosca.

Contemporaneamente gli USA hanno colto nella crisi siriana l'occasione per cercare di conquistare una regione che da sempre era schierata con la Russia. Per raggiungere l'obbiettivo di staccare la Siria dalla Russia il Dipartimento di Stato non si è praticamente fermato davanti a nulla. L'accusa di avere in qualunque modo armato Daesh e l'integralismo islamico in Siria è stata documentata ormai un numero infinito di volte. Se Daesh avesse lasciato in pace la Turchia e non avesse preteso di scalzare anche Erdogan dalla Turchia (i ripetuti attentati), forse oggi Daesh sarebbe vincente.

Né la Russia né la Cina - è ragionevole supporre - hanno incoraggiato Kim e lo hanno sostenuto. Ma è difficile credere che non provino un senso di liberazione davanti allo sconvolgimento internazionale provocato dalle aggressioni di Kim. Prima si parlava di 'rendere' la Crimea all'Ucraina e il Tibet autonomo. Ove - dopo la farsa del Kossovo, prima promesso autonomo e poi diventato indipendente sotto la regia USA -  nessuno più si illude su cosa significhi 'autonomia' per il Dipartimento di stato, è indipendenza. Ora si discute della sicurezza dell'Alaska e del Giappone, delle basi americane e del Pacifico. Il Tibet e la Crimea sembrano lontani ere geologiche.

Una seconda cosa è ben nota in termini internazionali: come gli USA non potranno mai accettare una potenza ostile ai propri confini, così Russia e Cina non accetteranno mai un'evoluzione della situazione internazionale che porti eserciti americani (con o senza la copertura della NATO) a duecento chilometri da Pechino e da Mosca. Gli americani hanno davvero creduto di potercela fare? Probabilmente sì, se non altro in Ucraina. Oggi la situazione si è completamente ribaltata: non sono più loro ad attaccare l'integrità di Cina e Russia ma, a ragione o a torto, si sentono loro stessi minacciati.

La via della pace - ed è questa la posizione cinese ribadita da anni e anni - passa attraverso il riconoscimento reciproco. Trattativa significa sedersi a un tavolo riconoscendosi parte integrante dello schieramento internazionale, senza distribuire patenti di 'canaglia' o meno. Non sappiamo se gli USA siano o meno in grado di compiere una svolta di questa rilevanza: è ormai tre decenni che ragionano come potenza solitaria e egemone. In Corea la situazione sembra essere giunta al punto di svolta: come già sessanta anni fa gli americani dispongono di una forza devastante dal punto di vista militare resa quasi inutile dalla sostanziale incapacità tattica e politica. Potrebbe esserci un nuovo Kissinger in USA? Mai dubitare della grandezza e dell'elasticità degli Stati Uniti. Messi alle corde (si pensi all'improvvisa pace con Mao) sono capaci di colpi da maestro.

Nessuno vuole la guerra (sarebbe l'olocausto nucleare per il mondo intero) ma è indubbio che la politica di indebolimento degli avversari sottraendo loro spazio, territorio e alleati - così come è stata condotta da tutte le amministrazioni americane dal 1989 - sembrerebbe essere giunta a un punto morto. Quali saranno gli sviluppi non è nelle capacità di chi scrive né probabilmente nell'interesse di chi legge. 

Qui si intende spiegare quali sono le ragioni di Kim e per quale motivo i nord coreani si stanno muovendo (con il loro corredo di odioso totalitarismo, fame, violenza e disperazione) con un'abilità tattica molto superiore a quella americana. Di fatto - questa è l'impressione - hanno già vinto.