24.09.2017

Xinjiang reporting 6

Alla ricerca di Miran. Tutto cominciò con un libro: ma forse tutte le avventure importanti cominciano da una lettura. In Culture e civiltà dell'Asia Centrale Mario Bussagli - contestatissimo studioso di un'altra epoca - scelse come copertina  proprio un'immagine tratta dai dipinti murali di Miran. 

Il libro aveva molti pregi ed altrettanti difetti: sposava con certezza ipotesi che col tempo sarebbero state accantonate, si dilungava in commenti su aree su cui - si comprendeva bene - lo studioso non aveva diretta esperienza né di scavo né di frequentazione. Tuttavia una delle tesi più affascinanti del testo - relativa alla presenza di una tradizione occidentale, probabilmente greca, alle porte della Cina - trovava una sorta di conferma clamorosa proprio nei dipinti rappresentati in copertina. Miran non era Cina, era Xinjiang. E tuttavia è ormai da settanta anni all'interno dei confini politici della Cina e, probabilmente, è una delle rovine ‘occidentali' più orientali. La foto non bastava, ovviamente. E così - complice il lavoro e le possibilità che regalava e regala tuttora - si cominciò a dare un'importanza particolare al Museo di Delhi dove queste pitture erano esposte. E il sito di Miran divenne una sorta di meta ideale dove prima o poi, in qualunque modo, si sarebbe voluti andare.


Buddha e bodhisatva Miran, ora National Museum, New Delhi 

Questa volta nulla pare ostacolare il progetto. Alcuni chilometri oltre Ruoqiang si sale su jeep messe a disposizione di una cooperativa agricola, o che tale per lo meno sembra, incaricata di custodire le rovine del sito. Poi, dopo alcuni minuti di strada sterrata, si spalanca una deserto che non inganna. Pare sabbia, ma è sabbia diversa da quella su cui si è viaggiato per giorni. il contesto ricorda quello di Alessandria di Margiana, Mary / Merv nel Turkmenistan. La pendenza su cui salgono le  jeep non è naturale, ma verosimilmente è quello che resta di una vasta ed alta cinta muraria in fango. Oltre questa, in una piana che attende solo di essere scavata e che in modo manifesto nasconde strade e case, si intravedono le pagode da cui Siren staccò i dipinti. Alcuni minuti di jeep più in là, forse due chilometri, si innalza un'acropoli di fango imponente, alta diversi metri e, tutto sommato, non così distrutta. Per essere una città le cui origini si perdono in anni non ancora definiti, ma comunque precedenti l'inizio della nostra era, le dimensioni sono relativamente ampie: il diametro da porta a porta potrebbe essere di alcuni chilometri, forse sei o sette. Alessandra di Margiana - tutto ricorda quella città ellenistica in questo luogo - è infinitamente più vasta ma la sensazione - e a volte le sensazioni contano - è quella.

Oltre i ricordi, davanti a questo nulla che condensa secoli di storia, l'interpretazione cinese di queste rovine è chiara, a modo suo precisa. Il sito viene diviso in tre grandi aree che corrisponderebbero anche a epoche storiche. Una prima fase, caratterizzata dalle pagode che in sono in mattone crudo, le si colloca nei secoli che precedono e seguono immediatamente l'inizio dell'era corrente. Di epoca leggermente più tarda sarebbero le imponenti opere di canalizzazione che servivano a distribuire sui campi le acque che scendono dai monti Altun creando una grande pianura irrigata e, presumibilmente, fertile. Infine una terza area, legata alla fortezza, apparterrebbe al VII secolo e si tratterebbe di un una costruzione tibetana per cui si scomoda il paragone con il Potala di Lhasa. Sicché nel pacificato racconto che ne fanno i siti in cinese la città sarebbe di epoca Han, avrebbe avuto una buona fortuna nelle epoche Jin e Wei (III-V sec.), avrebbe conosciuto un nuovo sviluppo in epoca Tang sotto il regno del Tibet.


La fortezza tibetana del VII sec. (costruita su una precedente acropoli del II sec c.e.?)

L'archeologia è una scienza di poche parole e di molti fatti. Quando si scrive che una costruzione è del VII secolo ed appartiene alla fase tibetana della regione lo si fa perché sono state trovate prove - tessuti soprattutto - che sembrano confermare questa datazione. Tuttavia in Cina le parole sono spesso ambigue: se la disciplina degli archeologi è scienza nel complesso curata assai bene in Cina (da sempre) è il racconto che ne viene fatto sui siti web che lascia perplessi. Seguendo la stringa di caratteri che definisce il sito (米兰古城遗址, milan gucheng yizhi) il motore di ricerca Baidu offre una ricca scelta di schede. Alcune sono semplici sintesi, tipo Wikipedia, altre sono più ragionate. E tuttavia tutte, inevitabilmente, si appiattiscono su questa spiegazione / cronologia che non convince, non pienamente. Sì forse Bussagli e molti storici occidentali hanno un po' troppo enfatizzato la presenza occidentale in queste regioni e tuttavia non è con schede come quelle offerte dal web cinese che si risponde alla sfida occidentale. A maggior motivo perché quella appartenenza alla Cina che viene offerta con prudente e calibrato uso delle parole è sostanzialmente negata dall'archeologia ufficiale cinese, ben conscia dei problemi, delle interazioni, dei contributi non solo dell'Occidente ma anche delle pianure della Siberia e dell'Asia interna al formarsi dell'identità culturale del nord-ovest cinese  (sintetico e interessante 李水城:中国西北与欧亚草原的族群迁徙及文化交互——新疆文物考古研究所"丝绸之路与西域考古系列学术讲座").

Ma si venga al dunque. I principali motivi che inducono a criticare il racconto che sul web cinese viene fatto di Miran sono i seguenti:

a) Gran parte delle rovine di Miran appartengono a un'epoca storica il cui inizio può essere collocato tra il II secolo bce (before current era) e il II ce (current era). Non c'è alcun dubbio che in quegli anni la Cina fosse governata dagli Han, ma gli Han sono una dinastia cinese, non un'oggettiva sequenza cronologia. È evidente che se si dice che la Colonna Traiana venne scolpita in epoca Han si intende dare un riferimento cronologico al lettore cinese. E tuttavia su cose meno evidenti della Colonna Traiana definire l'epoca storica con il periodo cinese di competenza crea appartenenza. Questo, in modo del tutto evidente, non funziona, non va.

b) Non va, a maggior ragione, perché nella stessa epoca storica una vasta regione dell'Asia Centrale (arttuale Uzbekistan, Afganistan, Pakistan settentrionale e Xinjiang) era in qualche modo parte della confederazione Kushana che i cinesi definiscono Yuezhi (月氏). È difficile e anche complesso mettere a fuoco quante città del Xiyu (nord-ovest cinese) fossero direttamente o indirettamente parte dell'impero Kushana. E va anche bene ricordare in queste rapide annotazioni del web che i re di queste città chiesero l'invio all'imperatore Han di un manipolo di soldati e dunque la formazione di una guarnigione han. Ma qui il problema diventa ancora più grave: a che popolo, a che universo linguistico, a che cultura facevano riferimento i signori e gli abitanti di queste città che chiesero l'intervento cinese?

c) Una delle grande scoperte dell'archeologia sovietica, confermata da molte successive ricerche, riguarda l'imponente opera di canalizzazione che sotto la dinastia Kushana venne compiuta in tutte le aree da loro controllate. Dighe, canali di irrigazione, condotte d'acqua ben curate e meglio amministrate fecero sì che sotto la signoria dei Kushana alcune aree divennero nel giro di poco tempo ricchissime sì da cambiare il senso della storia di quel tempo. L'Asia centrale (in particolare la Sogdiana / Uzbekistan e la Battriana / Afganistan) divennero regioni ricchissime e floride e diedero vita a città grandi, sfarzose e potenti. I canali che sono stati trovati a Miran sono indubbiamente una conferma che anche la città di Miram condivise questo percorso politico e culturale. Ma la risposta che uno studioso si attende non è se i canali che trasformarono la pianura di Miram fossero di 'epoca Han', ma chi li volle e chi li fece costruire. Pronti a fare un passo indietro davanti alla prova - letteraria o archeologica - che le guarnigioni Han fecero costruire questi lunghi canali. Tuttavia questa prova manca e quindi il sospetto è che - in epoca che i cinesi definiscono Han - i Kushana controllassero direttamente o indirettamente anche Miran.

d) La pianta della città di Miran pone, a sua volta, seri dubbi. Si dia pure per scontato che la vasta costruzione definita castello sia di epoca tibetana (parlare di Potala non pare possibile: ogni paragone col Potala di Lhasa impone allo storico di ricordare al lettore che il Potala venne costruito quasi 1200 anni dopo…). Tuttavia il problema rimane: cosa c'era prima del VII secolo, sopra quella collina che in modo manifesto domina tutta Miran e che è posta al centro della città? Curiosamente, ma nemmeno troppo ovviamente, questo rialzo non pare affatto naturale e quindi sorge spontanea la domanda se per caso non fosse - tra il II sec. bce e il III ce - una acropoli, come ce n'è tante in Asia centrale, lascito della cultura Greco-battriana.  Se, per ipotesi, si dovesse giungere alla conclusione che le mura circolari e ampissime di Miran cingono una vasta area abitata e che al centro di questa si innalzava un'acropoli… le speranze di attribuire Miran agli Han si rivelano molto, molto fragili.


Uno degli stupa di Miran

e) Infine i dipinti. Beh, su questi la discussione potrebbe essere assai lunga e tuttavia chiunque abbia un minimo di esperienza della pittura in Asia centrale in epoca pre-islamica farebbe molta fatica ad attribuire questi dipinti a una cultura cinese (Han) o alla cultura Tibetana. L'impronta occidentale è fortissima: si potrà discutere se siano più influenzati dall'India o dalla Sogdiana, ma è difficile, per non dire impossibile, rimandare alla Cina. Curiosamente dei dipinti trovati da Siren - rubati da Siren, ripetono i siti cinesi - non si parla. Se ne descrive l'importanza storica ma in queste schede manca qualunque citazione diretta, qualunque immagine, che probabilmente spengerebbe sul nascere qualunque pretesa di appartenenza alla Cina.

Sicché, viene voglia di concludere, il fantastico sito di Miran pone problemi enormi, ben noti all'archeologia cinese. E tuttavia in sede di divulgazione si gioca con le parole, con i periodi storici, con le attribuzioni e le competenze, lasciando al lettore cinese - la cui conoscenza della regione potrebbe essere modesta - la convinzione che la regione fosse già cinese intorno all'anno zero. Il che viene affermato in modo ambiguo e strisciante ed è, comunque, una evidente forzatura.(2)