23.09.2017

Xinjiang reporting 5

Alla ricerca di Miran.
Miran non è una meta qualunque. Miran entra nell'immaginazione degli storici e degli archeologi fin da quando ci si affaccia alla storia dell'Ovest cinese. Le sorprendenti scoperte dell'inizio del XX secolo si incrociano con le ricostruzioni offerte dalla prima storiografia europea. Miran: forse indiana, forse greco-battriana, forse, semplicemente Xiyu (西域, xī yù). Quindi l'interpretazione offerta dai cinesi: sostanzialmente giusta, ma inaccettabile. Abile nel giocare con le parole creando sovrapposizioni indebite e appartenenze che non le competono.

Non è più duro come un tempo l'attraversamento del Taklamakan. Né arido, né immenso, la grande area desertica veniva un tempo chiamata Mare della morte (死亡之海sǐ wáng zhī hǎi). A nord, dove dopo una lunga corsa si affonda e scompare nella sabbia il salmastro fiume Tarim, era il regno delle sabbie mobili e di acque infide, avvelenate. A sud l'ininterrotto succedersi di dune non lasciava scampo: solo vento, nemmeno una parvenza di rifugio, di sorgente, di acqua. Nessuna carovana dotata di saggezza poteva nemmeno pensare di attraversarlo: la strada che conduceva a occidente seguiva le pendici dei monti Tianshan a Nord. Da Turfan, superata Kuqa, giungeva infine a Kashgar. A sud, una strada meno battuta si teneva appoggiata alle pendici dei monti Altun e li seguiva fino a Dunhuang.



Anni fa venne aperta una strada che tagliava da Kuqa fino a Qiemo. Non era né bella né rapida: oggi sembra quasi un incanto nel ricordo. Nei pressi di Luntai la polizia ha organizzato posti di blocco: non sono estenuanti, quello che logora è il visto per attraversare il deserto, un foglio con indicata l'ora di passaggio dall'ultimo posto di blocco da consegnarsi dall'altra parte della traversata. Se si superano i 60 km/h occorre attendere dall'altra parte tutto il tempo che si è guadagnato correndo. Comunque ormai tutto questo è alle spalle: il corso del Tarim, le immense dune a perdita d'occhio: si è ormai sulla strada meridionale tra Qiemo e Ruoqiang. I monti Altun, prima distanti, sembrano sempre più vicini. Dietro di loro si ha quasi l'impressione di intravedere i più alti e famosi Kunlun, la sede leggendaria di Xi Wang Mu (西王母), la Regina Madre d'Occidente, la divinità più importante della Cina pre-buddhista, ignorata da molti testi e da quasi tutte le guide. Rompicapo troppo complesso per essere affrontato in poche pagine.

Miran è a pochi chilometri da noi, come non è mai stata. Forse questa volta si riuscirà a raggiungerla. Già una volta si giunse quasi a sfiorarla, era il 1992 o il 1993. Prima di partire dall'Italia si trasmise a un corrispondente con cui si lavorava - e si lavora tuttora - l'elenco delle località da visitare: tra queste le due grandi realtà archeologiche dei primi secoli della nostra era: Loulan e, appunto Miran. Tutto  pareva andare per il meglio ma giunti a Urumqi, quando il programma era già stato confermato più volte, la situazione crollò, di colpo. Le due destinazioni vennero annullate; il giro doveva seguire un itinerario che solo in parte rispettava i desideri. Non ci fu nulla da fare. Pochi giorni prima qualche buontempone della BBC, spacciandosi per archeologo, aveva chiesto e ottenuto di fare lo stesso nostro giro. Mossosi con la jeep in sostanziale libertà aveva sì puntato sulle località di Miram e di Loulan, ma lo aveva fatto deviando tutte le volte che si imbatteva in campi di lavoro / prigionia per prigionieri politici e criminali comuni.

Qui piombava con l'ingenuità della Vispa Teresa, chiedendo dove fosse la strada, e questo e quello.Una telecamera legata alla caviglia e non si sa bene come camuffata riprendeva tutto. E tutto era andato in onda pochi giorni prima del nostro arrivo: la televisione di Hong Kong e quella inglese avevano lanciato la crociata contro lo sfruttamento dei criminali e dei dissidenti politici perpetrato dai comunisti cinesi. Probabilmente fu quello l'incidente - a livello internazionale - che portò all'oscuramento della BBC in Cina e che portò molte altre tensioni tra Regno Unito e Repubblica Popolare. Ma, ovviamente, realizzato lo scoop e andato in onda in tutto il mondo, si precipitarono in Cina a Urumqi free lance di ogni genere e tipo che ambivano approfondire lo scoop e sfruttare il successo del momento. Il nostro agente a Urumqi riuscì a spiegare che noi non avevamo nulla a che vedere con queste persone, dunque riuscimmo a effettuare il periplo del Taklamakan senza problemi, pur privato delle località di Miran e di Loulan. Ci fu un solo, ridicolo inconveniente: per potere dare l'autorizzazione a partire la polizia pretese di farci seguire da una macchina con due poliziotti. Il viaggio non soltanto dovette farsi carico delle spese anche dei poliziotti, ma siccome noi non si doveva sapere nulla l'autista - per quasi due settimane - si rifiutò di fermarsi dove noi chiedevamo. Decideva lui dove fermarsi: in lungi rettilinei, spazi aperti, luoghi dunque dove l'auto della polizia che ci seguiva potesse fermarsi in tempo onde non essere scoperta.

Andò tutto perfettamente bene. Noi fotografavamo quello che voleva l'autista e non quello che volevamo ma, insomma, poteva andare. Purtroppo nell'attraversamento del Taklamakan ci venne incontro una di quelle spaventose tempeste di sabbia di cui si sente parlare spesso e che uno riesce difficilmente a immaginare. Quando il vento sabbioso ci raggiunse (shachenbao, 沙尘暴) l'autista si perse. Vagammo per un po' nel deserto in una oscurità quasi notturna e quando finalmente il vento si calmò ci trovammo esattamente dove non dovevamo e dove non volevamo: davanti a noi le baracche abbandonate e disperate di un campo di concentramento, verosimilmente abbandonato da anni, ma non per questo meno ‘sensibile'. Anche in quell'occasione il tempo perso a spiegare alla polizia fu molto e sgradevole. Imprecammo a lungo: MIran era a pochi chilometri, se proprio si doveva sbagliare… (1)