16.09.2017

Il Congresso è vicino 4

Cina, Xinjiang e partito
Yu Zhengsheng   [俞正声] è membro permanente dell'ufficio politico e stando alla stampa cinese ha condotto nella prima metà di settembre a Pechino una riunione rivolta ai livelli più alti sul Xinjiang e il dibattito sulla sua storia. La notizia e il resoconto della riunione sono stati riportati quasi identici su numerose testate cinesi, conferma del carattere prioritario della riunione e delle sue conclusioni politiche.

Il discorso tenuto da Yu scende in modo molto preciso nel vivo dei problemi. Il Xinjiang è parte inseparabile del territorio cinese [新疆是我国领土不可分割的一部分]. Seguono una serie di affermazioni che nella loro drastica formulazione possono forse disturbare uno storico europeo e che - tuttavia - hanno solide fondamenta. È indiscutibile l'affermazione che la storia della Cina fin dalle dinastia Qin e Han - quindi dalla metà del III secolo ac - sia la storia di una convivenza tra etnie e popoli diversi; è indiscutibile che i legami tra popolazioni del Xinjiang e Cina siano stati continui e assai più solidi di quelli stabiliti con qualunque altra nazione; è indiscutibile che molte religioni hanno marcato con la loro presenza il territorio del Xinjiang e che il merito della regione non è quello di avere sancito la supremazia di una religione sulle altre, ma piuttosto il prendere  forma di una convivenza secolare tra religioni e culture diverse.

Non sorprende, ma merita di essere sottolineata, quale importanza il partito e il governo cinese attribuiscono alla cultura, alla formazione di una ideologia condivisa che si ponga l'obbiettivo di contrastare qualunque tentativo miri alla separazione della regione dal resto della Cina [坚持打赢意识形态领域反分裂斗争的鲜明态度不含糊]. Che la cultura sia il perno dell'azione di governo in Cina è realtà ben nota agli storici che hanno notato come - da secoli e per secoli - il controllo e il potenziamento del messaggio ideologico svolga in Cina una funzione importantissima che permette di ridurre il ricorso alla polizia e a altre misure estreme di controllo della popolazione. L'azione di governo - dice Yu - deve mirare in primo luogo a creare il consenso: questo non deriva da imposizioni più o meno autoritarie, ma dalla costruzione fin dalle radici di un ambiente culturale e di una mentalità che impedisca il fiorire e il maturare di ipotesi scissioniste.

Nulla di nuovo sotto il sole: la grandezza di Roma e della sua fortuna nel mondo non fu legata agli eserciti, ma al potere di seduzione del suo modello. Modello che non nacque in modo spontaneo ma ebbe nel Senato Romano e successivamente in Augusto una regia attenta, scrupolosa, mirata. Abile a innalzare quello che andava innalzato e a cancellare quello che andava cancellato. Straordinaria per la capacità di trasformarsi non in un ‘possibile' standard, ma nello standard che ogni popolo doveva accettare se voleva entrare nel futuro.
Così come le università americane negli ultimi decenni hanno imposto al mondo intero i loro standard, il loro monolinguismo, i loro criteri formativi e hanno in questo modo presidiato il futuro, così Roma apparve alle popolazioni del Mediterraneo come lo sbocco necessario per entrare nel domani. Non una possibile soluzione, ma l'unica esistente. Agli estremi opposti di una medesima scala cronologica, Roma e USA hanno conquistato il mondo con il loro modello e i loro valori di riferimento; quando per difenderli hanno dovuto snaturare sé stesse e fare ricorso alle armi è iniziato il declino.

Di questa capacità di governare creando forti coesioni ideologiche e insuperate sintesi accettate dal mondo intero la Cina non è stata seconda a nessuno, nemmeno a Roma. La sua grandezza nel corso dei secoli non è stata né quella degli eserciti né quella dell'economia, ma la capacità di convincere intorno a sé tutto il mondo allora conosciuto ai cinesi (l'Asia Orientale) che non c'era altro possibile modo di governare e di essere nella storia e dunque nella politica se non quello cinese. La capacità di convincere le proprie popolazioni e etnie della superiorità del modello che lo Stato cinese impersonava e di cui tutti i cittadini erano partecipi.

Ma se queste sono verità così note in sede storica da non avere bisogno di commenti, capita raramente di trovare un documento dove le linee guida dell'azione culturale sono indicate con tale precisione e saldate alla strategia politica di lotta al separatismo e al terrorismo.

Il discorso di Yu Zhengsheng riassume verità lapalissiane: non c'è archeologo o storico della regione che non possa che confermare ampiamente quello che Yu sostiene. La domanda diventa, se mai, un'altra: la pressione che Yu e il partito reclamano su questo argomento cozza contro un valore che noi giudichiamo insindacabile: la libertà di ricerca e di espressione. È assolutamente evidente che se le linea del partito suggerite da Yu cozzassero contro i risultati della ricerca, sarebbe questa a doversi piegare e seguire - come già successo molte volte in passato - le indicazioni del governo.

Ma c'è altro, e che altro. Nell'appello che conclude l'incontro si assiste all'inversione dei termini del problema: se nel Xinjiang persistono ancora tendenze frazioniste significa che non è stato fatto ancora un buon lavoro dal punto di vista ideologico, che non si sono messe in evidenza quelle cose che pure sappiamo, che si è lasciato credere che una religione e un popolo avessero più diritti di altri. I funzionari presenti all'incontro, soprintendenti e responsabili delle comunità autonome, direttori di musei e di prestigiosi siti archeologici si ritrovano così coinvolti nell'azione di governo. Sono chiamati - loro, in prima persona - ad assumersi questo compito. Non è un compito genericamente culturale, ma di ‘salvaguardia dell'unità nazionale'.

È assai probabile che a incontro finito questi uomini non si siano sentiti ‘obbligati' ma abbiano provato orgoglio e senso di condivisione.  È raro che un politico chieda aiuto al direttore di museo o a un soprintendente. Quando lo fa - e in Cina [come una volta in Roma] lo fa spesso e volentieri - spinge nella stessa stanza del potere gli intellettuali e si pone, almeno formalmente, a loro disposizione. Nessun uomo di cultura, né in Cina né in altri paesi del mondo, è così indipendente e fuori dal mondo da non accettare con entusiasmo un invito come questo. È il riconoscimento della sua supremazia culturale, del suo valore, dell'importanza delle sue competenze. La prima fase per la riconquista del Xinjiang alla Cina è probabilmente già terminata con un ampio successo: quello stesso mondo che potrebbe volere sottolineare le molte differenze che separano il Xinjiang dalla Cina ora - verosimilmente - è più convinto, forte e compattato.  Pronto a difendere l'unità del paese dalla ‘trincea' culturale delle pubblicazioni, delle mostre, delle teche dei musei.

Certo, probabilmente se questa riunione fosse stata organizzata dal Ministero dell'Interno è probabile che le argomentazioni sarebbero state molto diverse. Ma è di questo documento che siamo venuti a conoscenza ed è questo che - in definitiva - stiamo commentando.

 Per coloro che desiderano approfondire l'argomento la stringa di caratteri cui fare riferimento è la seguente: 新疆若干历史问题研究座谈会召开 俞正声出席会议并讲话.