15.09.2017

Xinjiang Reporting 4

Kumarajiva e gli altri
Visse tra il 334 e il 413 dc, un letterato immenso, traduttore di primissima qualità. Molte sue traduzioni sono ancora ricordate nel Canone buddhista come puri capolavori letterari. Si sa che visse in Kuqa, che frequentò con una certa frequenza la vicina città monastica di Subashi. Parlava certamente molte lingue: il tokhari, il cinese, forse il sanscritto, quasi certamente il sogdiano, variante periferica del persiano. Questi monti così aspri e taglienti furono il suo mondo: essi paiono tanto inospitali e selvaggi quanto un tempo furono di cerniera, di collegamento.

Parlare con gli archeologi cinesi, leggere i loro contributi in quel meraviglioso sito di archeologia cinese collegato all'Accademia delle Scienze che è Kaogu (考古) allarga il cuore, entusiasma. Può succedere che si inizi la mattina a leggere e che le ore passino senza che ci si accorga del tempo volato. Sono gli archeologi cinesi a parlare, relazioni scarne, essenziali: gli archeologi di tutto il mondo sono tutti uguali, non amano le sintesi, i costruttori di edifici letterari, quella numerosa genia di letterati che spazia su tutto e su niente con disinvoltura, sostenuta spesso da una parlata brillante e giustificata nelle sue cantonate dalla pretesa di fare 'diffusione popolare'. Gli archeologi no, non amano tutto questo. Loro sono lì, sul pezzo: lo sezionano cm per cm, scavano controllano il colore della terra… sono come dei grandi contabili che non permettono a sé stessi nemmeno la più leggera divagazione se non è supportata da una conferma, da una prova. Per questo il loro sito 考古 è così importante: quando si afferma, è affermazione incontestabile o per lo meno sostenuta da prove certe.

Scavi, relazioni di scavi: c'è tutto un fervore intorno a Kuqa e nel Xinjiang tutto. Da uno scavo posto a ovest dei monti Tianshan giunge una relazione che non lascia dubbi: il luogo nel primo millennio ac era popolato da popolazioni del tipo siberiano. Da un altro scavo effettuato nella città di Loulan si ha la certezza delle presenza cinese solo in epoca Han, quando la città era già popolata da popolazioni che non parlavano il cinese. Da uno scavo a sud di Kashgar giunge una relazione di uno studioso che analizza le strutture circolari individuate a sud del Lago Taxkorgan. Si tratta di un tempio del fuoco, afferma: e ipotizza, con molta capacità di persuasione, la presenza di popoli di religione zoroastriana e quindi di probabile cultura persiana a poche decine di km dalla città di Kashgar. Il Xinjiang si frantuma in queste relazioni in modo meraviglioso e fantastico: come in un millefoglie, ogni popolo - con una propria lingua e con una propria cultura religiosa e politica - ne ha occupato una parte. A volte in sovrapposizione con altre, a volte da solo. Bastano pochi chilometri, anche pochi decenni, per trovarsi spostati in universi linguistici e culturali completamente diversi, dominati dalla grande cultura delle steppe settentrionali, da quelle persiana a occidente e dalla cultura letteraria indiana a mezzogiorno.

Come gli studiosi sovietici quasi cento anni fa, anche gli studiosi cinesi portano alla luce la splendida complessità di una regione, sicché quando - dopo questa emozionante immersione di deserti e di tombe, di grotte e di dipinti - si rientra in Kuqa, ci si rende conto che qualcosa è impercettibilmente mutato. 

Massima simpatia per i carretti tirati dagli asini su cui le coppie di uiguri vanno al mercato; massima simpatia per i loro mercati variopinti, per le loro cataste di meloni e di frutta secca, massima simpatia per questi vecchi che seduti sui gradini della moschea osservano i nipotini correre per strada mentre intorno a loro le vecchie case uigure vengono divorate dai nuovi condomini. Massima simpatia ma… quella sicurezza iniziale di un mondo antico e uiguro rispetto al quale l'intrusione cinese è recente e odiosa, quelle percezione che induce qualunque europeo di un certo tipo a prendere le difese di chi ora sta peggio e fu un tempo il padrone di certi luoghi, è venuta meno. 

Per carità, la simpatia per chi ci circonda resta intatta, ma ormai si sa che anche loro - gli uiguri - sono stati una delle molte ondate che hanno popolato questa terra. Non i primi, non i più importanti, non quelli più colti o più ricchi. Forse sono stati semplicemente  gli ultimi: gli ultimi a popolare spazi dove erano passati quasi tutti i popoli dell'Asia e che di colpo persero ogni importanza quando le rotte marittime si rivelarono più convenienti e sicure. Quando tutta l'Asia si portò sulle rive dell'Oceano Indiano o del Mar Cinese e qui in tutta fretta vennero fondate le nuove capitali del mondo mercantile (Rangoon, Bangkok, Nagasaki e infine Calcutta e Singapore) in sostituzione di quelle dell'entroterra, ormai abbandonate. Se ne andarono dal loro impero i Mongoli: dall'Asia centrale scesero in Afganistan e quindi in India, dando vita alla dinastia dei Moghul. Se ne andarono - in buona sostanza - i cinesi che in epoca Ming alzarono le barriere della Grande Muraglia alla fine della Cina fertile, nei pressi del Gansu. Se ne andarono turchi e persiani, commercianti armeni e ebrei, banchieri levantini. All'inizio del XV secolo tutto crollò e a questa fatiscente e impoverita realtà le follie senza senso di Tamerlano diedero il colpo finale. Uzbeki, uiguri, kazakhi, kirghizi (i terribili dzungari) scesero dalle steppe settentrionali uro-altaiche e occuparono gli spazi di chi se ne era andato. Pastori e povera gente, forse musulmani forse semplicemente poveracci intimoriti dallo splendore dei dipinti - trasformarono le grotte di pittura e cultura in stalle per le pecore, accecarono i dipinti cancellando gli occhi e i volti.

Sicché per quanto induca a simpatia la vecchia sala da tè ormai dimenticata di fianco a edifici di cemento, per quanto si rimpiangano gli anni in cui l'arrivo a Kuqa era caratterizzato dal festoso incontro con migliaia di carretti e di asini, con le famiglie sedute, cappelli multicolori e occhi di brace, su montagne di fichi secchi e di fascine… pure si è fatta ormai strada la consapevolezza che nemmeno questo poco che resta di tanto passato è interamente loro. Che i diritti uiguri sono come quelli dei persiani, dei tibetani, dei kazakhi, dei kirghisi, dei sogdiani, dei cinesi e… insomma, di tutti i popoli che hanno vissuto in quegli spazi in comunione con altri.