15.09.2017

Xinjiang Reporting 3

Subashi
Subashi è alle porte di Kuqa, a pochi chilometri dalla città. Subashi è perduta in un nulla ventoso e infuocato, tempesta di rocce cremisi e di deserti infiniti. Subashi rimanda a Kyoto, al tempio Nishi Honganji, non lontano dalla stazione. Ci si passa spesso davanti diretti verso la collina di Arashiyama, ma il tempio è troppo nuovo, promette poco e mantiene ancor di meno. Comunque fu dall'abate di questo tempio che all'inizio del XIX secolo giunsero finanziamenti per le ricerche lungo la via della Seta. 

Chissà quale furono le fantasie o i sogni di Ōtani Kōzui. La storiografia inglese è certa che si trattasse dell'ennesima avventura verso Occidente per conquistarsi uno spazio per il 'grande gioco'. Ma la storiografia inglese non è così innocente, ovvero l'età dell'innocenza l'ha perduta da molto tempo. Talora vede e racconta solo quello che vuole mostrare: nell'ovest cinese gli inglesi hanno enfatizzato schermaglie di provincia trasformandole nel Grande gioco, un intricato sistema di relazioni internazionali innalzato quasi per creare un precedente in un terreno dove c'era nulla o ben misera cosa.

Catherine Macartney pubblicò nel 1931 la sua storia come moglie di un agente britannico in Kashgar (An English Lady in Chinese Turkestan), tradotta in italiano da Silvia Servi (Chini Bagh - Una lady inglese nel Turkestan cinese, Giano, 2004). È libro introvabile e nonostante l'insistenza e la bravura della traduttrice non ha avuto la fortuna di approdare a una casa editrice di media importanza. Succede a tanti libri, quando si esce dal main stream dettato dal mercato - dicono - o da chissà chi. Diciassette anni  lady Catherine Macartney visse a Kashgar: chi vuole fantasticare sul Grande gioco tra Russia, India e Inghilterra dovrebbe avere in questo libro una fonte insostituibile. Proprio per questo è uno dei libri meno letti e citati dell'argomento: ogni fantasia di Grande gioco se ne va in frantumi quando si legge del piccolo e provinciale cabotaggio, un insistito nulla, che segnò la vita dei coniugi Macartney nel Turkestan cinese per così tanti anni, diciassette. 

Tuttavia la vicenda del Grande gioco ha infiammato l'editoria: nell'immensa mancanza di informazioni su questa regione del mondo il Grande gioco si è affiancato alla Via della seta, due immagini semplici e facili da mettere a fuoco attraverso cui veicolare tutto.  Una volta stabilito che Grande gioco fuuna volta che questa sorta di epocale cantonata si è affiancata alla Grande Muraglia che si vede dalla luna, alla Cina che parla una sola lingua, all'impero cinese durato ininterrottamente 2500 anni… a ricaduta tutti coloro che scavarono nel Xinjiang  e che lo attraversarono in quegli anni si sono trasformati in 'agenti', 'spie'. In spia giapponese è stato trasformato Ōtani Kōzui, in spia russa il povero Nikolay Mikhaylovich Przhevalsky che nonostante se ne girasse per i deserti dell'Asia interna quasi disarmato, e accettasse gli inviti dei monaci a non addentrarsi nel territorio tibetano, vive ormai nella letteratura in lingua inglese come agente del governo russo. E d'altra parte avendo gli inglesi usato in modo davvero spregiudicato la Società Geografica di Londra, non avendo esitato a chiedere favori imbarazzanti a grandi scrittori quali Ruyard Kipling, immaginano che tutti in quegli anni si comportassero nello stesso modo. Così facendo spesso non capiscono o stentano a mettere a fuoco vicende storiche più articolate: tutta l'espansione russa verso Oriente è per molto mondo anglosassone un gigantesco mistero: né sfruttamento selvaggio, né massacri indiscriminati, né genocidio sistematico. Guerre, certo, all'occorrenza; ma anche progresso, ferrovia, industrie, teatri, scuole, modernità. E a distanza di duecento anni, nonostante Stalin e i massacri di fame e di totalitarismo, la Russia è ancora amata, ricercata, quasi desiderata. Né meno misterioso fu l'avanzata verso Occidente dei Giapponesi di cui il mondo anglosassone comprese davvero poco: stando ai racconti del grande Owen Lattimore, forse il più importante studioso dell'Asia Interna, i Giapponesi poterono contare sull'approvazione delle università e del mondo politico americano fino a poche settimane prima di Pearl Harbour. Eppure i massacri della popolazione cinese erano già cominciati, ma in Occidente forse non facevano notizia: e perché mai avrebbero dovuto farla in un mondo abituato alle concessioni in territorio cinese, luoghi dove un uomo bianco poteva compiere i più orrendi misfatti certo della più assoluta impunità?

Divisa dal grande fiume Kuqa che pare arido e deserto anch'esso ma che può trasformarsi in furente caduta d'acqua e di sassi, Subashi precede di molti secoli la stucchevole vicenda del Grande gioco. La città era già operante nel I e nel II secolo dopo Cristo: gli scavi effettuati nella regione hanno portato alla scoperta di reperti con incisioni in lingua tokhari, a conferma che la città - sia come culture che come lingua - era tutta proiettata verso il mondo Greco-battriano prima e Kushana dopo. Un mondo raccolto nell'Afghanistan e Uzbekistan attuale - allora Battriana e Sogdiana. Città buddhista per eccellenza, grande centro monastico, Subashi potrebbe avere accolto il monaco Xuanzang nel suo viaggio a Occidente. Scappato dalla Cina, disobbediente agli ordini imperiali, il santo monaco riuscì a sfuggire alle truppe imperiali che lo inseguivano e aggrappandosi a allucinazioni, sogno, luci miracolose valicò da solo il deserto più arido del mondo e tra allucinazione da sete, fame e acqua salata giunse proprio a Kuqa. E nulla lascia dubitare che sia stata davvero una grande festa, così come lo racconta la storiografia cinese e venne tramandato nel Viaggio in Occidente (西游记, xī yóu jì). Il posto è sognante, le rovine dei monasteri sono sognanti, tutto indurrebbe a sentire il peso e il fascino di questa via dello spirito che portò il Buddhismo in Cina e che i cinesi hanno preferito ribaltare e trasformare in una via commerciale, quella della seta. 

Ed è certo sciocco chiederselo, ma forse non sarebbe così inopportuno domandarsi perché questo percorso che ha portato il buddhismo in Cina e in Asia orientale - solo alcuni miliardi di uomini - sia stato quasi cancellato per lasciare il posto a una rotta commerciale, pur rilevante. Il mondo cinese ha questa capacità straordinaria di ribaltare le concezioni più solide, inventarsi le interpretazioni più improbabili e riuscire ad affermarle nel mondo con la tranquilla certezza di una superiorità condivisa. Fu più importante la seta o il Buddhismo? Domanda sciocca, se ne conviene, quasi da Bar sport. Forse potrebbe essere offerta in modo più seducente e leggibile: fu più importante nella vita dell'Occidente la seta cinese o in quella della Cina l'arrivo del buddhismo? 

Messa così non occorre nemmeno rispondere. Tuttavia questo modo di leggere le cose ha un difetto abbastanza fastidioso per il pensiero cinese: mostra la Cina come destinataria di doni e innovazioni provenienti dall'esterno. E - certo - non c'è letterato cinese che non convenga su questo e non riconosca l'indubbia importanza del pensiero indiano nel formarsi e nella penetrazione del Buddhismo in Cina. Tuttavia a livello meno colto, più popolare, l'immagine che si preferisce non è quella della Cina terreno di conquista per una religione straniera, ma quella di una benefattrice dell'umanità cui tutto il mondo riconosce il genio di avere inventato per prima la lavorazione del baco e quindi la seta. Insieme a molte altre cose, naturalmente. 

Tutto questo genera fastidio nell'occidentale. I meriti della Cina nei confronti del mondo sono così tanti che questo ostinato deprimere gli altri e innalzare sé stessa dopo un poco dà fastidio. È inutile e deprimente. E tuttavia, mentre il sole scende sulle rovine del monastero di Subashi e la conversazione si infiamma sul tema della Cina e del suo rapporto col mondo, si fa strada la certezza che questo modo di porgere e di leggere le vicende storiche  è forse in qualche modo penalizzante per le storie degli altri, ma aiuta a sentirsi parte di una nazione, di una cultura, di una terra. Il problema è quello di tenere insieme anche in epoca di regionalismi e localismi il più grande impero del mondo antico sopravvissuto in epoca contemporanea. Il vero problema della Cina - si nota osservando le numerose orgogliose affermazioni di superiorità e di universalismo - non sono le sue frontiere, ma il suo mondo interno. Non si tengono insieme così tanti popoli, così tante lingue, così tante culture se non con una azione continua di condivisione e di convincimento. E comunque è questa la strada scelta dal paese e dal partito che la guida.