10.09.2017

Il Congresso è vicino 1

Festeggiare l'esercito in Cina non è mai banale. I festeggiamenti di questa fine luglio 2017 per i 90 anni di vita dell'esercito hanno qualcosa di imponente e di meraviglioso. In camera, mentre fuori la città di Urumqi sembra presidiata e silenziosa, la televisione in tutti i suoi canali rimanda in onda le scene delle esercitazioni recenti nella Mongolia Interna, della grande parata davanti a Xi Jinping. Il telefonino riporta i messaggi di chi teme una svolta autoritaria, la fine di ogni esperienza costituzionale, la sospensione dello stato di diritto. "E' risorto il maoismo" twitta qualcuno. 

Si attende davanti alla tele un gesto, una parola. L'anniversario non è ordinario. In questi stessi giorni - 90 anni fa - i reparti dell'esercito guidati da Zhu De e da Mao si incontrarono dopo la dura sconfitta dell'insurrezione di Nanchang. In quel 1927 Chang Kai-shek aveva abbandonato ogni collaborazione con il PCC: a Shanghai, in una delle pagine più spaventose della storia della Cina, la guardia nazionalista e i servizi segreti di Chiang avevano massacrato alcune decine di migliaia di operai e di dirigenti del partito. Un massacro brutale e spietato che segnò la storia del partito e della Cina. Da quel momento il PCC scomparve dalle città: i massacri furono così accurati e definitivi che nessuna città cinese conservò più un solo nucleo di militanti attivo, Da quel 1927 ogni fiducia - strumentale o meno - dei dirigenti del PCC nei confronti di Chiang venne meno: il massacro era stato spietato per dimensioni e per modi. La violenza spesso gratuita e selvaggia. Nonostante le speranze sovietiche e di Stalin di ridurre la frattura, i due schieramenti non si fidarono mai più l'uno dell'altro.

La rivolta dell'estate del 27 di Nanchang doveva essere la risposta del PCC ai massacri di Shanghai. Fu un fenomeno isolato: liberata per poche ore la città di Nanchang, l'Armata rossa venne sconfitta e fu costretta a ripiegare sui monti Jinggangshan. Qui Mao e Zhu De, preso atto degli errori compiuti nel corso della rivolta, decisero di introdurre la riforma già adottata con successo dall'Armata Rossa Sovietica. Il comando militare venne posto sotto la direzione del commissario politico: l'Armata Rossa cinese - il futuro Esercito di Liberazione - vide in questa sottomissione al partito il proprio atto di fondazione. 

Si ascoltano gli interventi alla tele dei diversi commentatori. Si attende inutilmente che venga citato Mao Zedong o, per lo meno, Zhu De. Quando si accenna alle imprese dell'esercito cinese in Corea anche lì la citazione del nome del comandante generale dei 'volontari' - Peng  Dehuai - è attesa inutilmente, per ore.  Solo canzoni anodine e frustre - inneggianti al paese, agli eroi caduti sui monti per difenderlo, all'amore per la patria pari solo a quello della mamma: solo le canzoni potrebbero richiamare certe parate dei tempi di Mao. 

Si dice che Xi Jinping abbia appena completato una radicale riforma dell'esercito. Per la prima volta dopo molti decenni un leader politico ha osato riorganizzare i comandi militari. Questa riorganizzazione ha comportato lo scioglimento di alcune divisioni il loro inserimento in altre e sotto nuovi comandanti. Per molti giornali Occidentali è una dimostrazione della deriva autoritaria di Xi Jinping. 

Ma i giornali spesso dimenticano e quasi sempre sottovalutano una delle realtà più profonde della Cina post-1949. Il PCC non è una maschera superficiale, non è un organo di cui il segretario può disporre come crede: è il partito il vero vero potere in Cina. Nemmeno Mao Zedong riuscì a piegare completamente il Partito: i periodi di gloria di Mao si conclusero tutti abbastanza rapidamente con la sua esclusione totale da ogni carica e da ogni ruolo politico. Fu per tornare a contare che Mao scatenò la Rivoluzione culturale. Nemmeno volendo Xi riuscirebbe a imporsi a un partito di quasi 80.000.000 di iscritti. 

Nella storia recente cinese quando un leader si appella all'esercito non lo fa mai a caso, né certamente preoccupato dalle isole Dao Yu o dalle provocazioni di Trump e della Corea. Quando ci si appella all'esercito e se ne riorganizzano le file il vero obbiettivo è molto spesso interno: è il partito. Mao ricorse all'esercito più volte contro il partito che non voleva seguirlo.

Nelle parole dei giornali e dei commentatori televisivi, mentre sullo sfondo la spettacolare macchina cinese mette in onda uno show che è a metà via tra Disney e le grandi parate militari, l'esercito viene invocato più volte contro la corruzione; contro lo stato che non riesce a superare questa piaga. L'impressione è che se il partito non riuscirà da solo a risolvere questo problema molte amministrazioni e molti governi locali potrebbero essere militarizzati.

Così la mente torna alle strade di Urumqi, presidiate dai militari. Da molti anni gli appelli della direzione del partito ai governi provinciali e alle federazioni provinciali del partito non ottengono alcun risultato. I governi provinciali sono diventati voragini di debiti che nessuno spiega e nessuno è in grado di ripianare. Se l'esercito viene mobilitato ed esaltato in questo modo, subito dopo avere subito una riorganizzazione profonda e una durissima selezione del personale, forse non sono gli stati confinanti con la Cina che si devono preoccupare, ma la pubblica amministrazione e i governi locali. 

Ormai il congresso è vicino: forse, chissà?, quello che si vede per le strade di Urumqi potrebbe essere un'anticipo di quello che accadrà nelle prossime settimane: se la pubblica amministrazione continua produrre debiti di cui nessuno risponde, voragini che nessuno intende riempire, concedersi libertà che nessuno le ha concesso. Questo esercito in parata efficiente e modernista non sollecita alcun ritorno al maoismo, quanto una forte provocazione e minaccia a quei governi provinciali che anni di lotta alla corruzione non hanno né piegato né indotto al rispetto delle poche, e mal disegnate, procedure amministrative previste dalla legge.

Molti occidentali guardano alle frontiere della Cina ma l'impressione è che la battaglia più importante sia tutta interna, al paese e al partito (1).