09.09.2017

Xinjiang Reporting 2

Anche il Museo di Urumqi è ben controllato. Molti anni fa chi si recava in questo edificio aveva l'impressione di visitare una polverosa esibizione in stile sovietico: forse anche ben fatta, ma fatalmente distante da tutto. In compenso si arrivava e parcheggiava direttamente davanti alle scalinate del museo: i pochi custodi annoiati si affacciavano all'ingresso, incuriositi dal laowai e dalle sue bizzarre curiosità. Ora si accede attraverso un controllo passaporti, anticamera del numero chiuso, viene detto. Anche qui, come in tutto il paese, ormai le folle sono così numerose che ogni visita, in ogni luogo, tra qualche anno, sarà strettamente regolamentata e riservata a chi prenota. 

Il Museo di Urumqi ha una sua celebrità internazionale, si è conquistato uno spazio. Ogni tanto compare su un giornale occidentale un articolo di quelli che sembrano commissionati direttamente dal Dipartimento di Stato. 'Nel Museo di Urumqi, dove le mummie esposte alla curiosità del pubblico confermano quello che Pechino non può dire: il Xinjiang è diventato cinese solo negli ultimi decenni!'. E' una scoperta un po' così, ricorrente: come la presunta certezza / scoperta (?!?) che Marco Polo non sarebbe mai andato in Cina. A questa scoperta tanto proclamata quanto ripetuta il mondo culturale cinese risponde sempre con il noioso ritornello delle 55 minoranze etniche che compongono il mosaico cinese. Sicché nell'entusiasmo naif dell'uno e nella paludata risposta degli altri si giunge a una paralisi che non porta da nessuna parte e ha il sapore inevitabile del 'già visto'. 

E certo sarebbe interessante capire perché mai i cinesi si ostinino nel loro museo a presentare queste mummie come componente delle 'minoranze'. Ormai tutto il mondo degli studiosi sa, e ha documentato con una miriade di studi che richiedono solo di essere letti, la complessa vicenda dell'Ovest cinese. Popolato fin dalla seconda metà del II millennio a.C. da popolazioni Indoeuropee che qualcuno mette in relazione con l'invasione ariana dell'India. In epoca storica, ormai tra il VI secolo ac e il VI dc, queste popolazioni partecipavano della stessa cultura, probabilmente anche linguistica, della Persia esteriore e di quella vasta area che abbracciava mondo afghano e Pamir che andava sotto il nome di Tokharistan e che parlava - per l'appunto - il tokhari. Una serie di vicende complesse, probabilmente influenzate anche dal formarsi in Cina di regni strutturati poi confluiti nell'Impero (epoca del Regni Combattenti, V-III sec. ac) portarono queste popolazioni indoeuropee a ritirarsi nel bacino del Tarim (l'odierno Xinjiang) e quindi a presidiare i monti da cui nascevano i grandi fiumi dell'Asia centrale e dell'India (Indo, Syr Darya, Amur Darya, Tarim). In questa regione montuosa e resa fertile da imponenti lavori di irrigazione questi popoli indoeuropei confluirono in una sorta di confederazione che i cinesi chiamarono Yue-chi e gli indiani Kushana (II sec. ac - II sec. dc). 

Che questa millenaria presenza indoeuropea susciti sorpresa a intervalli ripetuti e regolari è un mistero che si spiega solo con certe diffuse ignoranze storiche dell'era attuale. L'Occidente ha felicemente cancellato la storia dei propri studi e nel vuoto che si è venuto a creare imperversano coloro che scrivono di tutto senza freni e - talora - senza conoscenze. E questo è un problema nostro. Ma ben più interessante è che i cinesi facciano fatica a presentare questa realtà così ordinaria e che ci si debba in qualche modo arrampicare letterariamente per scoprire - dalle bacheche del museo - questa realtà così ovvia, così nota, così ben raccontata proprio dagli storici cinesi del II secolo ac. Affrontarla potrebbe aiutare a spiegare in modo definitivo e utile che proprio quando i Yue-chi si ritirarono da questa zona arrivarono i cinesi: che quindi la presenza cinese in Xinjiang è di antichissima data, vanta almeno due millenni. I turchi uiguri, quelli che oggi rivendicherebbero almeno in parte la propria indipendenza - arrivarono molti secoli dopo. Se il possesso di una terra dovesse essere assegnato in base a ricorsi storici ... beh allora quelli che vanterebbero meno diritti sulla regione sarebbero proprio i turchi uiguri...

Ma la Cina è così, lo si vede dalla vicenda tibetana dove i cinesi hanno mille colpe e mille ragioni che tuttavia non spiegano e non vogliono spiegare. Le vicende interne sono vicende interne, e basta, Il Xinjiang è oggi una provincia cinese e anche la discussione letteraria e archeologica è bene rimanga confinata tra gli esperti del settore (per altro grandi specialisti). A livello di massa la discussione non deve nemmeno iniziare: i laowai (stranieri) rimangano fuori da questo cortile che appartiene solo ai letterati cinesi. E fa lo stesso se questo No trespassing rende possibile il risorgere di vecchie questioni, trascinate nel tempo. 

"Ma lei è sicuro di volere andare avanti con questi studi?" Si era in Manciuria, alla fine degli anni Novanta. Un funzionario di un museo di una grande città del Liaoning aveva ascoltato a lungo le bizzarre richieste del laowai davanti a lui. Non nascondendo una istintiva curiosità che poteva sembrare simpatia.

"Perché mi chiede questo?" "Ma, sa... lei lo avrà certamente capito. Noi cinesi amiamo molto essere ammirati. Ci fa piacere che il mondo consideri così importante la nostra cultura. Tuttavia... " "Tuttavia?".
Silenzio, Sorriso intelligente... "Tuttavia sono cose nostre. Non ci fa così piacere che uno straniero venga a sapere così tante cose di noi e della nostra storia. Anche se è uno studioso, anche se è un amico. Casa nostra è casa nostra, lei capisce vero? Immagino che anche in Italia sia così."  (2)