05.08.2017

Xinjiang Reporting 1

Fa impressione, molta impressione. Anche ricordando cosa era Urumqi qualche anno fa, anche ricordando l'evidente tensione che si respirava nell'aria, quello che ora si vede fin dall'arrivo in aeroporto è impressionante. Posti di blocco continui, ovunque. Sulla strada che conduce in città all'inizio ci si chiede se siano legati a qualcosa di particolare.

Più avanti, nel corso del viaggio, la prima immagine ricavata nella capitale Urumqi viene confermata in tutto il Xinjiang. Impressionano i posti di blocco in mezzo al nulla, agli incroci, ma nulla colpisce così tanto come quelli in mezzo alle città. E forse il loro scopo è proprio quello: impressionare, dare una sensazione di presenza dello Stato. Fare capire che anche solo immaginare un attacco suicida, come quello effettuato a Kashgar nel 2015, è impresa disperata, forse impossibile.  

Pare che tutto questo abbia un nome - Chen Quanguo - il governatore proveniente dal Tibet che ha adottato nel Xinjiang gli stessi sistemi che hanno contribuito a calmare - se non altro in apparenza - il Tibet. 'La sicurezza al primo posto'. Per raggiungere questo obbiettivo si dice che abbia assunto in meno di  un anno quasi 53,000 persone. Nelle assunzioni nessun discrimine tra uiguri e cinesi: e già questa è una misura meno evidente dei posti di blocco ma forse ancora più efficace. La creazione di migliaia di posti di lavoro in un provincia nota per i suoi ritardi, specialmente nella comunità islamica, non è fattore secondario nel creare consenso.
Ammesso e non concesso che gli Uiguri in Xinjiang siano quasi 10 milioni, 50mila posti di lavoro - sebbene condivisi con i cinesi - non sono uno scherzo.

E tuttavia la vigile mobilitazione non risparmia nessuno. Ogni locale pubblico deve provvedere a bloccare l'entrate con pur semplici cavalli di frisia o più povere transenne metalliche. Alla porta dei ristoranti e dei negozi ampi scudi protettivi sono appoggiati alle pareti, di fianco a mazze più lunghe e leggermente più grosse di quelle di baseball. L'idea -si dice - è che ogni negoziante sia capace di proteggere la propria clientela. E, certo, anche di questo si tratta, anche se in tutta questa esibizione muscolare della polizia in strada e delle protezioni davanti ai ristoranti e ai mercati il sospetto è che si sia di fronte al riemerge una vecchia tendenza cinese: l'essere più teatro che dramma, più recita che sostanza. Sul Quotidiano del popolo viene spiegato che questa mobilitazione di tanti nuovi assunti per vegliare sulle strade non coincide con la militarizzazione del territorio. I civili vegliano sui posti di blocco: se succede qualcosa sono disarmati e devono chiamare i corpi speciali (SWAT).

Se lo dice il Quotidiano del Popolo sarà certamente così, ma poi tra un'attesa e un'altra matura il sospetto che tanta esibizione di forza risponda al vecchio principio di mostrarsi forte per non dovere usare la propria forza. Una grande concezione di ogni strategia militare che nel pensiero cinese è caposaldo di ogni azione politica. 'Se pensi di attaccare - dice più o meno Sun Tzu - fingi di ritirarti. Se non puoi attaccare mostrati forte e risoluto.' 

Gli Occidentali non hanno mai capito quasi niente di questo modo di porgersi nei confronti del reale. Nelle trappole di questo pensiero sono caduti spesso e volentieri anche grandi comandanti. Nella guerra di Corea il generale MacArthur si spinse molto oltre i limiti prestabiliti per la sua contro-offensiva. Eppure i suoi consiglieri lo avevano avvertito che truppe cinesi si stavano ammassando nei pressi del confine. 'Se non minacciano l'intervento - pensò verosimilmente MacArthur - vuole dire che si sentono troppo deboli per farlo.' Era esattamente il contrario: la contro - contro offensiva cinese fu fulminea e devastante.

Sicché si guarda a questi posti di blocco e dopo una prima sensazione di preoccupazione si finisce con l'accarezzare l'idea che la prima vittoria ottenuta con questo imponente schieramento di forze non sia tanto contro il terrorismo (sconfitto ma sempre pronto a rialzare la testa) quanto contro la paura del terrorismo. I camion si fermano in silenzio ordinato ai posti di blocco; le squadre entrano e controllano merci e persone. Senza isterismi e senza eccessi di arroganza. Forse è questa l'unica battaglia che può essere vinta: quella contro la paura. (1)